Accesso all'Acropoli di Atene di Dimitris Pikionis

 

Sono davvero tanti i progetti importanti che segnano il percorso di crescita di un progettista e non credo ce ne sia qualcuno in particolare che sia più importante degli altri. Ogni riferimento assume un significato specifico nel momento in cui è messo in relazione con i quesiti posti nel problema da risolvere. Spesso, tuttavia, non è tanto l’esito che il riferimento produce ad essere importante, quanto il ragionamento che lo sottende, il processo che lo genera. Per cui ogni riferimento (in quanto tale) è direttamente legato alle ragioni che lo richiamano, sarebbe davvero difficile indicarne uno senza doverlo riportare ad un ragionamento che lo distingua in mezzo ai tanti altri.

 

Se dovessi parlare di un riferimento progettuale di interesse oggi, proverei per esempio ad indicarne qualcuno relativo al tema della qualità dello spazio pubblico, di cui oggi si è persa memoria.

Il progetto dello spazio pubblico oggi, è ormai ridotto alla mercificazione dell’arredo urbano, al disegno di trame, di tessiture da salotto che non indicano più alcuna forma d’uso, non determinano più alcuna idea di sviluppo della città e, soprattutto, non stabiliscono alcuna relazione con i suoi abitanti. Lo spazio pubblico non è più la rappresentazione collettiva delle relazioni urbane, ma la banalizzazione di un disegno alla quota zero della città, che non coinvolge il suo corpo, non ne penetra la carne non ne traduce lo spessore. Una dimensione piatta, che scivola sulla superficie delle pavimentazioni senza interagire con le dinamiche dell’abitare.

 

Uno dei progetti (e dei progettisti) che trovo molto appropriato in questa direzione (ed in questo momento di difficile congiuntura storica nel quale si trova la Grecia) è quello per la sistemazione dell'accesso all'Acropoli di Atene. Un progetto al quale Dimitris Pikionis ha lavorato a lungo a metà degli anni 50, recuperando materiali di spoglio di alcune demolizioni di abitazioni del 900. Un’opera meticolosa di ri-composizione delle pavimentazioni e dei rilevati che l’architetto ha curato personalmente “pietra su pietra”, controllando quotidianamente la posa in opera dei materiali a partire da un disegno di due percorsi principali che si dispongono alla base del colle dell’Acropoli.

 

Una attenzione ossessiva quasi (nel senso positivo del termine) che ha impegnato per oltre quattro anni il progettista nella sistemazione dell’intera area. Un tema di difficile soluzione se si pensa all’importanza del sito (l’Acropoli di Atene), sia per la sedimentazione storica del luogo sia per la necessità di restituirne una interpretazione moderna, capace di ricostruire un dialogo con un passato così fortemente segnato dagli eventi storici. Il risultato, ancora oggi visibile, è di grande efficacia, per la capacità di aver saputo controllare entrambe le condizioni; quel carattere dai forti richiami di permanenza e la necessità di restituirne la sua dimensione contemporanea.

 

Quello che si può ammirare, visitando il sito, è la dimensione di un nuovo paesaggio, una “nuova storia”, un racconto trascritto duemila anni dopo il suo testo originario eppure a questo così fortemente legato, non in termini di ricostruzione mimetica, ma per la grande capacità di reinvenzione (concedendo nuova vita ai materiali di spoglio dimenticati nei depositi dell’Acropoli).

L’idea di un luogo trasformato, del tutto ricostruito che, tuttavia, non ha mia interrotto la continuità con il suo spirito. Il progetto come espressione di un dialogo sapiente con la storia, quella raffinata ostinazione di chi non vuole cambiare il proprio modo di pensare ma prova ad arricchire il proprio modo di ascoltare. Ascoltare lo spirito del luogo che continuamente si distrugge senza mai interrompersi (come direbbe Marguerite Yourcenar).

 

Se dovessi scegliere un disegno, sceglierei tra i tanti suoi schizzi a mano, molti dei quali prodotti direttamente sul posto durante la direzione dei lavori per la quale talvolta disegnava a terra gli elementi da porre in opera. Sono per la maggior parte disegni a matita con i quali Pikionis esplorava le soluzioni del progetto, prefigurandone l’esito finale. Una sorta di “rilievo” accurato di una immagine mentale tradotta con immediatezza sul foglio bianco, capace di tenere insieme, l’idea del progetto e la sua dimensione costruttiva, per restituirne l’efficacia della sua futura realizzazione. Mi piacciono questi schizzi perché riescono a tradurre con forza la misura della ricerca continua del dialogo tra i materiali e le loro forme, un rapporto strettissimo che assegna a ciascun materiale un ruolo nella espressione delle forme del progetto.

 

Oggi abbiamo in parte alterato questo rapporto, i nuovi strumenti della rappresentazione hanno progressivamente espropriato non tanto la mano, quanto soprattutto la mente, della abilità di mettere in forma un’idea; quel qualcosa che ancora non è ma che potrebbe concretamente essere. In questo senso il disegno diventa uno strumento di esplorazione concreta dell’esito del progetto e delle sue modalità costruttive ed è proprio attraverso il disegno che si indagano anche i dispositivi tecnici per la sua futura realizzazione. I disegni di Dimitris Pikionis, sotto un certo aspetto, mi ricordano quelli di Carlo Scarpa, proprio per questa continua modalità di approfondimento del dato tecnico-costruttivo del progetto e di quello più propriamente materico. In alcuni di questi schizzi, si ha quasi l’impressione di poter sfiorare con la mano la superficie scabra di quelle pietre, poterla calpestare per sentirne sotto i piedi la trama delle sue lavorazioni ed i giunti di ogni singolo pezzo.

 

Pikionis, come Scarpa d’altronde, sono progettisti che non si sono mai sottratti al confronto con la storia dei progetti e dei progettisti che li hanno preceduti, anzi, hanno costruito su questo rapporto continuo il senso del loro operare. Un operare a partire da un testo primario dato, sul quale incidere il segno delle proprie trasformazioni. Una condizione tipica dell’architettura europea in generale ed italiana in particolare che ci porta spesso ad intervenire sull’esistente, a trasformare qualcosa che è già realizzato ma che non è più in grado di soddisfare le funzioni per il quale è stato costruito. Un tema su cui dobbiamo necessariamente riflettere a tutte le scale, dalla città al territorio, una dimensione tipicamente italiana dell’architettura vista come palinsesto della stratificazione del tempo che distrugge e ricostruisce continuamente, conservando quel patrimonio di conoscenze e di saperi nei quali è radicata la nostra storia.