WOO_interview

   UN PONTE SULL'ADRIATICO - Cinque anni di Architettura Slovena -

Alessandro LUIGINI

In occasione della mostra “Un ponte sull’Adriatico – cinque anni di architettura slovena”,  i Presidenti degli Ordini, Maja Ivanič e Laura Antosa hanno consolidato, quello che da anni era tacito, uno scambio di solidarietà e rispetto che oggi è sigillato da un Protocollo d’Intesa tra l'Ordine degli Architetti PPC di Pescara e l'Ordine degli Architetti di Lubiana. Ci può raccontare quando nasce questo incontro e come si è sviluppato nel tempo questo rapporto?

 

In occasione della esposizione della mostra “ARCHITEKTURA= pet let slovenske architekture” a Roma, lo scorso settembre, abbiamo avuto modo di apprezzare la qualità del lavoro svolto sia dai colleghi progettisti nel produrre opere, che dei curatori nel selezionare e organizzare le stesse. Da questa sorpresa è nato il desiderio di portare questa esperienza a Pescara. Subito ci siamo messi in contatto con l'Ambasciata Slovena in Italia tramite i referenti dei rapporti bilaterali tra Italia e Slovenia, e in davvero poco tempo siamo riusciti a organizzare la mostra e l'evento ad essa collegata. Il tutto sicuramente aiutato da una “antica” frequentazione di alcuni protagonisti della cultura architettonica slovena del nostro territorio, visto che da anni ci sono scambi culturali reciproci tra le due sedi universitarie di Pescara e Lubjiana.

 

La mostra si è aperta con una tavola rotonda che ha visto protagonisti I rappresentanti delle due associazioni professionali. Ci può dire quali considerazioni sono emerse nel dibattito da lei coordinato?

 

La prima considerazione è che per fare buoni architetti occorrono sia buone scuole di architettura, sia occasioni di accesso alla committenza fin da giovanissimi. Sul primo aspetto, nulla da dire: gli Atenei italiani sono assenti da ogni classifica di ranking internazionale (tra i migliori 200 al mondo, solo 3 Atenei italiani) ma la mia esperienza di studente prima e docente poi è costellata di colleghi o studenti in giro per il mondo e impiegati in studi di rilevanti dimensioni: Svizzera, Francia, Germania, Regno Unito, Irlanda, Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Cina, Australia, Algeria, Emirati Arabi, Qatar... in questi paesi gli architetti italiani sono molto ben visti, il che significherà pur qualcosa riguardo la qualità della formazione di aclune facoltà di architettura italiane...

 

Per il secondo aspetto il discorso è complesso, ma provo a sintetizzarlo. In Italia, sia per la saturazione di tutte le professioni che si occupano di edilizia (l'Italia, come sanno ormai tutti, è il paese al mondo con il maggior numero di architetti in assoluto – poco oltre un architetto ogni 400 abitanti, mentre la nostra provincia condivide con Firenze la maggiore concentrazione nazionale, con un architetto ogni 225 abitanti), sia per la talvolta insana “fidelizzazione” tra committenza e professionista che va al di là di oggettive valutazioni sulla qualità progettuale, l'accesso alla committenza pare difficile per le giovani e giovanissime generazioni. Per questo si è considerati giovani ben oltre i 40 anni. Lo strumento concorsuale, usato meno rispetto ad altri paesi europei e spesso viziato da dubbi sulla correttezza degli esiti, è un modo. O forse lo era: negli anni della crisi decine, o meglio, centinaia di studi professionali hanno riversato la propria produttività dal mercato in stagnazione ai concorsi, in cerca di incarichi prestigiosi, affollando le commissioni di progetti da valutare e alzando molto il livello della partecipazione. Un architetto o un gruppo di architetti trentenni in Italia ha oggettivamente poche possibilità di accedere a una committenza qualificata o, addirittura, pubblica. E questo fa la differenza. Nella selezione di progetti presentata in questa mostra alcuni progettisti non superano i 30 anni e la maggior parte non supera i 40. Questo porta evidentemente un insieme di fattori positivi nell'ambito del linguaggio, dell'innovazione, della contaminazione con realtà extraterritoriali e direi anche extradisciplinari che sono garanzia di interesse e qualità. Certo, poi ci sono altri fattori che incidono sulla qualità dell'Architettura (di cui il progetto è solo una parte: la più importante ma solo una parte) ma anche nell'ambito della costruzione, ad esempio, secondo voi sarà più in gamba un quarantenne che ha costruito molto avendone diretta responsabilità o un quarantenne che magari ha frequentato diversi cantieri ma con responsabilità “terze”?

 

Credo che la ragione principale per cui oggi abbiamo una mostra sulle recenti opere slovene è perchè loro non hanno avuto paura di dare spazio a chi altrove non ne ha.

 

Nella mostra sono raccontate e rappresentate le tendenze dell’architettura contemporanea e i caratteri identitari dell’architettura slovena. Secondo lei quale aspetto rende un’architettura “identità” di un territorio e/o di una comunità?

 

Dal primo Novecento in poi molto si è detto e molto si è scritto su identità territoriali e internazionalismi, in parallelo alla diatriba tra locale e globale, risolta poi nel neologismo “glocale”. Devo dire che le pagine più convincenti, quelle che mi sono tornate alla mente appena mi avete posto questa domanda, sono quelle di Kennet Frampton, in cui le condizioni territoriali (regionali) venivano rilette criticamente in un contesto di internazionalismo, rinvigorendo alcuni fattori, anche semplicemente linguistici ma soprattutto spaziali e funzionali, ed edulcorandone altri. Il rapporto tra un'opera e il proprio territorio diventa identitario quando è esclusivo: l'identità non consente un doppione, consente al massimo una “omonimia”... quindi la forma identitaria in Architettura si realizza quando il progetto consente il riconoscimento di alcuni tratti culturali, linguistici, figurativi tipici di quel territorio e non di altri. Molti progetti di questa mostra vanno in questa direzione. A dire il vero credo che non tutti riescano in questo intento (ammesso che sia stato un intento del progettista, più che uno schema catalogatore dei curatori) ma è evidente una diffusa attenzione agli aspetti identitari di questa piccola nazione, che da pochi anni vive la propria identità autonomamente dalle altre identità che formavano la ex-Jugoslavia.

 

La mostra ha questi temi: Rinnovamento – Dialogo, Villaggio – Regionale, Natura – Razionale, Città – Urbano, Sport – Spettacolo e Estero. Da architetto e Consigliere delegato alla Cultura dell'OAPPC di Pescara è possibile fare un parallelo con le esperienze e le architetture realizzate nel nostro territorio?

 

Probabilmente si, i paralleli ci sono tutti. I processi di rinnovamento urbano, qui a Pescara troppo spesso nelle mani di promotori privati almeno negli anni passati, e ogni intervento di questo tipo è necessariamente un dialogo (cercato o negato che sia) in quanto attorno trovi altre opere che volente o nolente fanno parte del tuo paesaggio. “Villaggio-Regionale” penso di poterlo associare a opere, anche recenti, di edifici in piccoli centri colpiti dal sisma del 2009, che si propongono proprio come riletture contemporanee di stilemi regionali tradizionali. Penso a un paio di interventi di Laq Architettura (Marco Morante, Maura Scarcella e Giuseppe Marcotullio), ad esempio, ma anche a progetti visti nell'ambito dei Progetti Pilota di alcuni Piani di Ricostruzione, che spero possano vedere la luce al più presto. “Città-Urbano” è la condizione in cui soprattutto noi (ma soprattutto i nostri progetti) nella città di Pescara, con tutta la corona urbana che la circonda, dobbiamo fare i conti. Piccola Metropoli, parte della Megapoli Adriatica, chiamatela come volete, ma questo territorio è il paradigma della città che ricopre la maggior parte del territorio urbanizzato europeo, e in quanto tale è da sempre un'ottimo territorio su cui formare le proposte per interventi urbani anche al di fuori dell'ambito locale. Su “Sport e Spettacolo” scopriamo forse un punto debole: nonostante i molti progetti interessati dai giochi del mediterraneo disputati qui a Pescara pochi anni fa, ad esempio, i segni lasciati sul territorio sono solo raramente di qualità e funzionali anche alla successiva vita della città, mentre sullo “spettacolo” è facile constatare la carenza di spazi adeguati a una città culturalmente vivace come Pescara. “Estero” il lavoro oltre confine è sempre più spesso una necessità che molti colleghi stanno valutando (o percorrendo) con grande serietà, ma soprattutto esperienze di progetto e realizzazione all'estero che compiono da anni studi pescaresi come lo studio di Mario D'Urbano, quello di Giovanni Vaccarini, di Enzo Calabrese o lo studio D'Ercole Rigano e Cappelletti, ma anche Matteo Bosio e Rachele Fosco (vincitori ex-equo del primo Premio “Gaspare Masciarelli” con un complesso residenziale a Santa Lucia, in Brasile), giusto per citarne alcuni, ma anche altri che hanno avuto, o hanno in corso, esperienze talvolta rilevanti di realizzazione di negozi, centri commerciali, edifici direzionali e residenziali di grande qualità.

 

 Ma tra le identità che il nostro territorio saprebbe esprimere in più rispetto a quelle proposte dalla mostra, ci sarebbe quella del rapporto con l'acqua, e lo chiamerei MARE-FIUME. Dai trabocchi alle recenti esperienze del TRA-Sponde di IppoZone il rapporto con l'acqua nel nostro territorio è sempre stato una costante, destinata ad assumere una rilevanza sempre maggiore per via dell'attenzione che si pone recentemente a tutte quelle aree di confine tra città e mare, tra città e fiume, che per troppo tempo sono state “stranamente” colonizzate da attrezzature e manufatti che di fatto hanno prodotto una cesura tra le parti.

 

Quali sono secondo lei, nell’esperienza italiana, i progetti più rappresentativi del nostro territorio che porterebbe eventualmente in mostra a Lubiana?

 

Fare un elenco del genere è davvero difficile. Ma più che un elenco si potrebbe ragionare sui criteri. Il nostro territorio negli ultimi 10-15 anni ha prodotto molti edifici, e come sono molti gli edifici sono molte anche le opere di buona qualità. I fatti lo dimostrano. Un primo criterio che valuterei se dovessi operare questa scelta, sarebbe di rintracciare premi e concorsi nazionali e, possibilmente, internazionali che abbiano prestato attenzione o premiato opere locali. Penso al Premio “Gaspare Masciarelli”, istituito dal nostro Ordine nel 2011 e dedicato ai progettisti under40 e del quale stiamo organizzando la terza edizione biennale, penso al premio Ad'A dell'Agenzia per l'Architettura d'Abruzzo, la cui seconda edizione sta per concludersi, o ai premi internazionali European Prize for Contemporary Architecture “Mies van der Rohe Award”, il più importante premio di architettura europeo che ha visto due opere abruzzesi in nomination (una villa di Giovanni Vaccarini nel 2009 e un edificio residenziale a mia firma nel 2013) o al Fritz Höeger Prize, dedicato alle architetture realizzate in laterizio, che ha visto gli amici dello studio Zero85 in nomination proprio pochi mesi fa.

 

Un secondo criterio che valuterei è la possibilità di identificare, come nella mostra che stiamo inaugurando, temi identitari, su cui si sia ripetutamente lavorato, e selezionando le opere di maggiore interesse. Penso all'incompiuto Museo del Mare di Lucio Rosato, per il rapporto tra città e mare, penso a Piazza della Rinascita, per il rapporto tra spazio pubblico contemporaneo e città moderna, penso alla Chiesa di S. Giovanni e S. Benedetto di Angelo Campo, per il rapporto tra edifici monumentali e tessuto residenziale ordinario, penso a... penso a molti altri progetti, e già questo pensiero mi rasserena: significa che il nostro territorio, nonostante le criticità che presenta, ha saputo esprimere qualità progettuali di alto profilo, tanto da rendere difficile non tanto il rintracciare opere interessanti, ma la selezione di poche a fronte di una massa critica che è di buon auspicio per il prossimo futuro.

Photo Credits Chiara Fagioli.
Interview for WOO_mezzometroquadro by Maura Mantelli.