ALL’OMBRA DEL MURO

 

Una grande quinta apre la scena e scompare rivelandone altre.

Il fondale è bianco e luminoso, in forte contrasto con le quinte, nere, sfalsate sul piano di palcoscenico. Nessun elemento sospeso in graticcia, tutto saldamente poggiato da creare ombre nette e allungate a terra, ombre da luce direzionata e artificiale.

Entro in scena. Per permettermi un movimento fluido devo entrare da sola, non posso inscenare un dialogo e muovermi contemporaneamente, ripetere un monologo troppo lentamente, impedendo il movimento degli altri attori. Ci muoviamo liberamente, ma senza ombra. Se hai le scarpe sporche, puoi lasciare la tua impronta sul nero e quello sarà l’unico segno del tuo passaggio.

Supero le prime quinte ed entrano gli oggetti di scena, 28 anni di progetti. 28.

28 dal lato nero della quinta, che con il fondale perde profondità e quasi scompare, e 28 dal lato bianco, acceso e pieno di attori e oggetti di scena, di tutti i progetti nati nel nero di quello spazio vuoto. 28 anni con e 28 anni senza muro.

La scena di uno spettacolo che come spesso accade, è finzione, ma trasmette un messaggio vero e universale. Di chi all’ombra di quel muro ha passato e passa ancora la sua intera esistenza.

 

“Free space” per Marienne Birthler, Wolfram Putz, Lars Kruckeberg e Thomas Willemeit, è il vuoto lasciato dalla ferita più profonda del loro Paese, ma anche del mio e di quelli che di ferite ne hanno aperte altre, sul terreno e nella testa.

Un unico blocco nero di muro che tagliato e spostato in diverse sezioni diventa bianco e pieno di occasioni.

Occasioni che deve ancora trovare chi vive a Cipro, nel Nord dell’Irlanda, tra Israele e la Palestina, tra gli Stati Uniti e il Messico, tra le due Coree. Coree sorelle nel nome, il cui muro che le divide è il più scenografico di tutti, perché fisico e sonoro. Dei grossi altoparlanti infatti, sparano ogni giorno musica del proprio paese sul vuoto centrale, in un folle e rumorosissimo spettacolo, pubblicizzando un finale che nessuno ha ancora immaginato.

 

Occasione di presentare a un evento importante come la Biennale di Venezia, qualcosa di più di una carrellata di buona architettura, ma un messaggio più o meno leggibile, in un ambiente pensato e curato nella sua semplicità, da non lasciare lo spettatore indifferente.

L’occasione di perdersi in un ambiente monocromatico con i propri vestiti a colori, senza avere un’ombra propria, ma all’ombra di una storia conosciuta e dimenticata, come quell’oggetto in casa che hai da una vita nella stessa posizione e che quasi non ti stupisce più avere. Cosi quelle quinte sul palco del Padiglione della Germania sembrano esserci sempre state, antenate di tutto quello che in questi anni ci abbiamo visto dentro. Perché forse tutta l’architettura tedesca di oggi viene da li, da quella storia, e chissà cosa ne sarà di tutte le altre architetture, di tutte le divisioni che in questo allestimento ci vengono raccontate.

Se tutte cresceranno li, all’ombra del muro.

Chiara SILENO –

 

Padiglione della Germania ©Chiara Sileno for WMMQ