Brilliant! I futuri del gioiello italiano

Quest’anno, tra le manifestazioni della settimana del Salone del Mobile, la XXI Esposizione Internazionale della Triennale di Milano è stata una delle protagoniste indiscusse. Al suo interno numerose mostre ed esposizioni sembrano avere un sapore nuovo, diverso da quelli del recente passato, si sente la voglia di ripartire e sopratutto di rimpadronirsi di Milano e della scena artistica che vent’anni fa sembrava dominare. Tra tutte le mostre si fa notare “Brilliant! I futuri del gioiello italiano”, la mostra a cura di Alba Cappellieri. Osservando le creazioni non ho potuto fare a meno di riflettere su quello che può rappresentare il gioiello, soprattuto nella complessa realtà italiana. Amanti e non, ci si trova a fare i conti con un simbolo, il gioiello, che reincarna le tappe più importanti della vita di ognuno e delle tradizioni legate alla nostra cultura. In particolari momenti della vita ci si può aspettare un gioiello, e quando lo si è ricevuto diviene il simbolo e il ricordo indissolubile di quell’attimo. Ho avuto la fortuna di poter rivolgere alcune domande a questa energica designer.

 

Maura Mantelli: All’inizio della sua carriera si è occupata di architettura, quando ha capito che doveva progettare gioielli? Da dove nasce questa vocazione?

 

Alba Cappellieri: È stato un caso. Alla fine degli anni ’90 mi trasferivo da New York a Milano e mi occupavo di grattacieli. Il preside dell’allora Facoltà di Design mi disse che c’era la possibilità di lavorare sul mondo dei gioielli. La cosa mi lasciò un po’ perplessa, perché non me ne ero mai occupata, mi resi subito conto che in realtà era uno dei pochissimi ambiti di intersezione tra design, arte e moda che non aveva avuto nessun tipo di trattamento scientifico. Era un’arte che era stata sempre materia di pertinenza degli storici dell’arte e mai invece del mondo del progetto. L’Italia era il principale produttore di gioielli al mondo, il che significava soprattutto che ci fosse una richiesta di competenze in termini di formazione, quindi era molto importante per una scuola come il Politecnico. Decisi di dedicarmi al gioiello e sopratutto alla formazione di designer di gioielli - che è una professione radicalmente diversa rispetto al gioiello d’artista piuttosto che l’artigiano di gioiello. Quindi ho iniziato a studiare il gioiello dal punto di vista del progetto e il tipo di competenze che erano richieste dal settore orafo e che potevano essere utili per i nostri studenti. Così dagli anni ’90 ad oggi il Politecnico è diventato un riferimento per questo tipo di design.

 

MM: L’artigianato rappresenta una forza Italiana. I gioielli, per tradizione, incarnano le tappe più importanti della vita delle persone. Rappresentano un’arte sociale che in questo periodo sta attraversando forti difficoltà a causa delle contingenti condizioni economiche. Crede che questo settore, a causa del momento storico, stia perdendo il forte carattere simbolico che un gioiello può rappresentare?

 

AC: In realtà la situazione è molto complessa. Il gioiello, dal punto di vista artigianale, c’è sempre stato. Negli ultimi anni era arrivato ad un punto morto in termini di innovazione e di linguaggio perché gli artigiani, pur essendo i depositari di tecniche e di lavorazioni molto interessanti, non erano riusciti a innovare il linguaggio del gioiello. Il mio punto di vista, da designer, è quello di considerare ogni oggetto che intersechiamo come un espressione del proprio tempo. Quindi dal mio punto di vista ogni oggetto deve rappresentare il proprio tempo ed è proprio in questa capacità di rappresentarlo che emerge il suo valore e la sua qualità.

Il gioiello per molti decenni non è stato più in grado di essere espressione del proprio tempo, forse anche perché gli artigiani/orafi si sono chiusi nel loro piccolo mondo di tecniche e materiali, senza riuscire più a venir fuori. Oggi accade che l’artigianato ha una nuova vita, a patto però di essere sincronizzato con le nuove tecnologie. Non è permesso essere sconnessi con il mondo, non è pensabile non maneggiare le nuove tecnologie additive e non è pensabile essere solo l’orafo da banchetto, perché in questo modo non si riesce a raggiungere i consumatori e farne una professione. La mia idea, quella che cerco di trasmettere ai miei studenti, è di essere un po’ meno romantici e un po’ più concreti, nel senso di riuscire ad intercettare quali sono le richieste del mercato. L’Italia, in questo momento storico, è estremamente ricca di opportunità per i giovani progettisti, ci sono molti spazi nel mondo dell’industria e della manifattura orafa. Ritengo che debbano esserci da parte dell’artigiano anche competenze digitali, tecniche e capacità di decodificare un tempo che viviamo così frastagliato, perché altrimenti si finisce con esercitare delle abilità che purtroppo non bastano più per incrociare il mercato.

 

MM: Da cosa è dipeso il suo successo?

 

AC: Credo molto nel genere e ho contribuito alla mostra sul design delle donne perché credo che ci sia un progetto femminile. Nel mio caso, se di successo si può parlare, credo che è stata soprattutto la capacità di riuscire ad assumere una posizione critica, non sempre in linea con quello che si aspettavano le aziende e di fare del pluralismo il mio cavallo di battaglia. Negli anni in cui nessuno osava neanche parlare di gioielli per la dilagante deriva funzionalista, i designer dovevano occuparsi di oggetti funzionali e non ostentativi. Io ho avuto il coraggio di tenere insieme delle discipline molto diverse, come il design, la moda, l’artigianato e la manifattura industriale. Il nocciolo non riguarda solo la preziosità dei materiali - quindi chi ha più carati - ma la cosa fondamentale è la qualità del progetto - quindi quella di tenere insieme dei valori materiali con dei valori immateriali. Ci ho messo 20 anni e in occasione di questa mostra alla XXI Triennale di Milano nessuno mi ha chiesto il perché dell’aver accostato gioielli di carta con quelli della moda. È stata la prima volta in cui persone diametralmente opposte sono state contente, tutte, allo stesso modo e questo mi ha fatto piacere perché è stato riconosciuto il pluralismo come una chiave di lettura.

 

MM: Diversamente al progetto di un’architettura, in cui l’uomo misura lo spazio, il gioiello si misura sul corpo umano. Quali sono i passaggi salienti nella progettazione di un gioiello e quando ci si accorge che questo iter è concluso?

 

AC: Nel progetto il contesto è la variabile determinante di qualunque natura esso sia. Cogliere che il nostro tempo è un tempo di frammenti significa capire a quale di questi ci stiamo riferendo. Questo significa individuare chi è il consumatore, chi è l’azienda per cui lavoriamo e di conseguenza  quali materiali utilizzare, quali tecnologie, quali linquaggi, quali messaggi esprimere. Dal mio punto di vista il metodo del design italiano è basato sulla ricerca, è essenziale comprendere che cosa si sta progettando e quale valore si vuole trasferire. In Triennale, Brilliant propone diverse interpretazioni del gioiello: quello preziosissimo nei materiali, quello preziosissimo nelle idee e nei concetti. La cosa fondamentale è trasferire, attraverso il progetto, molteplici valori e diversi significati.

 

MM: In Brilliant come mai ha deciso di esporre solo collier?

 

AC: Ho fatto questa scelta per due motivi: Il primo è di natura espositiva. Ci tenevo a mettere insieme la migliore tradizione classica, quella dei busti scultorei, accostandola alle nuove tecnologie. Il collier dal punto di vista tecnico è il pezzo più complesso da costruire, è il gioiello più difficile da indossare ed è una delle caratteristiche della gioielleria italiana per la sua completezza. La seconda scelta invece è legata ad un aspetto romantico perché il collier mette in evidenza il decoltè oltre ad essere il gioiello più vicino al cuore.

 

 

 

Brilliant! I futuri del gioiello italiano, a cura di Alba Cappellieri in collaborazione con Ice

2 APR - 12 SET 2016

La Triennale di Milano

Viale Alemagna, 6

 

www.triennale.org

 

MAURA MANTELLI –

Brilliant! I futuri del gioiello italiano | Alba Cappellieri in collaborazione con Ice

©N Marco Santomauro