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Adriana CARNEMOLLA

Qual è il primo ricordo che le viene in mente legato alla Facoltà di Architettura di Pescara?

 

Le immagini mi rimandano alla chiesa di Ludovico Quaroni a Francavilla: Aldo Rossi, chiamato ad insegnare - 1966-67 – accompagnato da Giorgio Grassi, volle visitarla insieme al gruppo dei primi iscritti, circa trenta di cui facevo parte, per noi che ovviamente già la conoscevamo fu comunque una scoperta. Le sue lezioni venivano attese come fossero le prime di importanti film e finchè il maestro rimase a Pescara – circa due anni – frequentare la facoltà fu una magnifica avventura.

C’erano anche, considerata la permanenza dei docenti in facoltà, molte occasioni per andare in visita e a cena, studenti e docenti, nel territorio “esteso” di Pescara. Rossi preferiva una piccola trattoria sul lungofiume sud, accanto al porto canale, un certo “Gabriele”, come pure “La terrazza verde” sui colli, autentici luoghi identitari di Pescara. Con lucidità ricordo, proprio in quel ristorante, era presente anche Agostino Renna ed eravamo solo in quattro, in quell’occasione cominciai a comprendere meglio i complessi rapporti tra Pescara ed il suo territorio: spesso ho ripensato a quella cena scrivendo di Pescara che, per molti anni, rimase luogo preferito dai fedelissimi della Tendenza.

 

Uno dei fenomeni che ha interessato la Facoltà di Architettura di Pescara fin dalle sue origini è stato quello della TENDENZA. Che cos’è la TENDENZA? e cosa ha rappresentato per lei?

 

La Tendenza fu un appellativo attribuito, con un certo grado di approssimazione, ad un gruppo di importanti architetti che condividevano un modo di interpretare il pensiero razionale e, in parte, una teoria della progettazione architettonica fondata sull’analisi dell’architettura stessa. A Pescara, fu rappresentata, in concreto, da Giorgio Grassi che vi insegnò per  oltre un decennio con grande autorevolezza, senza però lasciarvi – considerando la prematura morte di Agostino Renna e il rientro a Napoli di Uberto Siola – seguaci altrettanto carismatici né forniti di quei titoli accademici, con relativi poteri necessari alla permanenza di una scuola; l’eco grassiana fu comunque una presenza che serpeggiò per altri anni, alimentata curiosamente anche da pregiudizi degli oppositori.

 

Cosa pensa di aver lasciato in questa facoltà?

 

Nulla, se la domanda, come è ovvio, allude ad un’eredità culturale e non alla stima di quegli amici docenti ed ex studenti che per qualche tempo “supplementare”  ricorderanno la mia presenza in facoltà.

 

Qualora dovesse tornare ad insegnare a Pescara, quali esperienze fatte cercherebbe di introdurre nella realtà del Dipartimento di Architettura?

 

E’ difficile calarmi in questa ipotesi, ma se mi fosse concesso un “altro giro di vita” farei riferimento a due esperienze molto distanti in ordine di tempo:

  • A quelle più remote, quando collaboravo, come assistente, al gruppo di G.Grassi, A.Renna, A.Monestiroli ed altri ai corsi di Composizione e Progettazione  verticalizzati: vi partecipavano tutti gli studenti indipendentemente dall’iscrizione all’anno di corso: una specie di laboratorio per lezioni, discussioni, scambi, un indimenticabile entusiasmante caos tra docenti e studenti.

  • All’esperienze svolte negli ultimi anni della mia permanenza in facoltà quando insegnai scenografia ottenendo la massima attenzione e partecipazione da parte degli studenti che svolsero, quasi tutti, attività complessive per un numero di ore molto superiore a quello prescritto. Ritengo che al di là del programma specifico, nell’ambito di una disciplina da me interpretata, in termini concretamente progettuali come allestimenti dello spazio e montaggio di un progetto, il coinvolgimento di esperti, l’organizzazione di un autentico laboratorio siano stati i fattori che hanno spinto l’interesse degli studenti ad un altrettanto autentica partecipazione.