Cino Zucchi

 

interview by MAURA MANTELLI

 

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Ci sono architetture che rappresentano la felicità per lei?

Spesso esiste una confusione di piani tra il carattere di un autore e il carattere del suo prodotto artistico. Enzo Mari appartiene a quel gruppo di persone che a vederle in faccia sembrano uscite da un funerale e invece ha fatto dei progetti che emanano grande felicità. Nel classicismo il progetto era la costruzione di un oggetto secondo un canone spesso condiviso. Il romanticismo vede piuttosto l’arte come l’espressione di un sentimento; il suo effetto collaterale è la visione dell’oggetto artistico come un mero “veicolo” di un’emozione, che attraverso di esso dovrebbe trasmettersi da un soggetto a un altro. Per paradosso, la struttura “costruttiva” dell’opera perde valore a scapito della sua dimensione comunicativa. Non è detto invece che sia il poeta innamorato a scrivere la più bella poesia d’amore. William Shakespeare è riuscito a creare “a tavolino” i personaggi di Giulietta o Re Lear senza essere una tredicenne (sic) innamorata, né un vecchio sovrano. e questo spiegherebbe l’equivoco generale sul carattere espressivo dell’arte. Diceva Gustave Flaubert: “Non c’è nulla di più debole che mettere in arte i propri sentimenti.” Questo non vuol dire che non abbia in testa un ideale di architettura “sentimentale”, anzi. Essa deve essere un po’ come una canzone sentita in sottofondo al tavolo di un bar, una colonna sonora che fa da sfondo alla nostra
vita quotidiana. O meglio, una sorta di “matematica sentimentale” nel senso che la sua struttura e la sua forma sono importanti, e agiscono come un bicchiere che deve contenere la natura liquida dei nostri sentimenti piuttosto che generarli. Diceva ancora Flaubert:

“È sufficiente essere posseduti da un sentimento per esprimerlo? C’è una canzone conviviale che sia stata scritta da un ubriaco? Non bisogna sempre credere che il sentimento sia tutto, nelle arti è nulla senza la forma.”

Ma lo stesso vino ha un sapore del tutto diverso se bevuto in un sottile calice di cristallo o in uno spesso bicchiere di osteria. Pensiamo al Woodland Cemetery di Asplund a Stoccolma; il sentimento che riempe un cimitero è quello del compianto e del dolore. Ma i suoi spazi e i suoi dettagli, più che esprimerlo come le statue degli angeli piangenti delle tombe cattoliche, accolgono il dolore e sanno rasserenarlo con l’abbraccio della panca di legno che si stacca dalla boiserie del muro, con la tettoia in bronzo che ti protegge, con le viste verso i boschi di betulle. Sulla stessa panchina si può baciare una ragazza o piangere la morte di un parente. In conclusione, diciamo che ho un certo sospetto, almeno in architettura, contro un’espressione troppo diretta e univoca, specie se il suo oggetto è il sentimento momentaneo dell’autore. Una bella canzone riesce a tradurre in musica e parole cose che non saremmo stati in grado di esprimere da soli; ma questo succede proprio in virtù del suo “avere forma” rispetto al flusso indistinto dei sentimenti stessi. Una “forma adeguata” è la sua essenza. Gli spazi hanno un carattere; ma il carattere degli spazi è loro proprio, non necessariamente il carattere delle persone che li abitano. La famosa frase di Winston Churchill

“we shape our builidings, and thereafter our buildings shape us”

è per certi versi vera; esiste un carattere “pedagogico” degli spazi, ma esso si attua in maniera sottile, senza determinismi o imposizioni. Nella nuova sede della Lavazza a Torino, ho capito che un edificio a uffici che ospita la vita quotidiana di così tante persone aveva bisogno di un luogo speciale dove incontrarsi, un luogo un po’ teatrale. La scala che sale libera per tre piani seguendo un percorso sinuoso sempre diverso è stata molto apprezzata dalle persone, che la usano tutti i giorni anche a salire non tanto per fare esercizio fisico, ma perché il suo andamento cangiante provoca una certa emozione. Essa è vissuta come luogo sociale, il suo carattere è quello di un “barocco quotidiano”, un po’ come quello della scalinata di Trinità dei Monti a Roma. In questo senso, gli spazi degli Headquarters Lavazza hanno veramente “cambiato l’umore” delle persone che li abitano, ma questo per la loro oggettiva qualità ambientale. A una scala più grande, il progetto di sistemazione paesaggistica di Madrid Rio di Burgos & Garrido, Porras La Casta, Rubio & Ãlvarez-Sala e West 8 ha cambiato davvero l’umore dei cittadini di Madrid; amici spagnoli mi hanno detto che grazie al progetto la vendita di biciclette è aumentata del 400% e le persone non buttano più cartacce sui selciati. Quando l’architettura funziona bene, ha un grande potere; ma non bisogna mai cercare di operare attraverso l’architettura un’ingegneria sociale di matrice coercitiva. Uno dei brani musicali più belli di John Coltrane è una reinterpretazione della canzone un po’ melensa che Julie Andrews canta in “Sound of Music” (Tutti insieme appassionatamente) ai bambini per far passare loro la paura del temporale facendo la lista delle “My Favourite Things”. John Coltrane riesce ad estendere la sua melodia semplice, inserendo in essa ripetizioni, variazioni, dissonanze, rendendola sempre più rarefatta senza distruggerne la linea musicale. Si può essere al contempo sentimentali e sofisticati? Da amante del complesso “Belle and Sebastian”, io spero proprio di sì; e la mia casa a Venezia è forse l’esempio concreto di questa coesistenza di “High and Low” che l’architettura, non potendo scegliere il proprio pubblico, creda debba necessariamente avere. Giovanni Michelucci, vissuto quasi cento anni, scrive nel 1948 una lettera aperta ai suoi studenti dal titolo Felicità dell’architetto, e afferma in essa:

 

“Così che oggi, a questa età avanzata, io provo felicità (uso questo termine nel senso più proprio: che ‘felice è chi ha o crede di avere ciò che può desiderare’) quando sul lavoro, avvicinando gli operai che realizzano ciò che io ho pensato, comprendo l’impegno di ognuno di essi, e la mia responsabilità di uomo mi si svela e si unisce alle singole infinite altre responsabilità di uomini, per cui, non più solo nell’impegno e nelle responsabilità, avverto in atto quella collaborazione che allontana da ogni polemica e avvicina tutti per necessità, per concordanza d’intenti e per consonanza d’interesse umano; e così è stata per me ragione di compiacimento il leggere che Strawinski, quando cominciò a comporre, si pose come obbiettivo di essere, nel suo mestiere, quello che erano stati gli antichi maestri, vale a dire, come loro, un artigiano. ‘Essi (scrive nelle Cronache della mia vita) hanno composto le loro opere esattamente come il calzolaio fa le scarpe, cioè giorno per giorno, e il più spesso su ordinazione’. Questo obbiettivo di cui parla il musicista è il solo per me accettabile, come posizione mentale e morale dell’artista di fronte al suo lavoro.”


Sono molto felice di aver scelto questo lavoro, e ovviamente mi auguro di praticarlo fino alla sua veneranda età.

Woodland Cementary

Stoccolma, Asplund

(1917-1940)

 

Lavazza Headquarters

Torino, Cino Zucchi