La bellezza nel disegno urbano contemporaneo

 

by MARCELLO VILLANI

 

Tra i fondamenti teorici – o, se si preferisce, tra i miti – del Movimento Moderno, la bellezza non occupa una posizione di particolare rilievo.  Il termine compare, è vero, negli scritti di Maestri come Gropius, Le Corbusier o Mies van der Rohe; ma spesso attraverso accenti generici, se non ambigui. Ben diversa appare la convinzione che trapela quando il discorso si sposta sul ruolo assegnato al programma funzionale, sulla coerenza con le nuove istanze della civiltà industriale, sui nuovi sistemi costruttivi, sulla serialità della cellula-alloggio e dei suoi componenti: in breve, su un approccio razionale al problema del progetto contemporaneo. Le ragioni di questa posizione sono diverse: mettere in primo piano il concetto astratto di bellezza avrebbe significato lo scivolamento nei confronti di un’estetica di matrice ottocentesca, ritenuta ormai del tutto superata; soprattutto, affiora la convinzione in base alla quale, se vincolato ai saldi fondamenti acquisiti, si sarebbe pervenuti ad una bellezza razionale in modo quasi automatico.

Solo a distanza di tempo sarebbe affiorata, sia pure obtorto collo, la consapevolezza dell’innegabile deficit in tema di bellezza accumulato dalla rivoluzione architettonica ed urbana dei primi decenni del XX secolo. Emblematica la posizione di una figura insospettabile come quella di Gropius, uno dei più convinti assertori della meccanizzazione architettonica e dell’implacabile serialità dei nuclei edilizi residenziali. In Scope of Total Architecture – ovvero la summa del pensiero gropiusiano – l’architetto tedesco arriverà a sostenere che “funzionalità uguale bellezza è solo parzialmente vero”, ma soprattutto compiangerà apertamente “il perduto senso della bellezza” (gennaio 1958).

Rimasto di fatto ai margini per decenni, il tema della bellezza in ambito architettonico e, soprattutto, urbano è tornato prepotentemente di attualità nell’ultimo decennio. Ed è così che si è passati, ad esempio, da apodittiche affermazioni come quelle di Wolf Prix ed  Helmut Swiczinsky di Coop Himmelb(l)au (“Non c’è bellezza nell’architettura”) alla “esigenza di dover riparlare di bellezza”  proclamata da Alfonso Femia dell’ex 5+1AA («Il Giornale dell’Architettura», 10 maggio 2016). Ma soprattutto, si sono progressivamente moltiplicate le allarmate denunce di autorevoli addetti ai lavori in merito ad una dissipazione, come quella relativa alla bellezza, avvertita sempre di più come un intollerabile perdita collettiva.

Anche in questo caso, le ragioni sono diverse; a livello generale, il mito del Razionalismo è andato da tempo appannandosi e, al di là di nostalgiche dichiarazioni di principio, ha ormai perduto la forza esclusiva e totalizzante che aveva nel passato. Soprattutto, sono venuti al pettine i tremendi problemi connessi ai quartieri concepiti nell’ottica del Movimento Moderno o, in accezione italiana, “razionalisti”. In particolare, più che in riferimento alle singole architetture, si è finalmente cominciato a rendersi conto della desolante pochezza di molti degli spazi pubblici progettati o realizzati negli ultimi decenni: in particolare, per ciò che concerne quelle ancora pomposamente definite piazze, ma che si presentano in realtà come slarghi inospitali, disertati dagli stessi fruitori che avrebbero dovuto vivificarli con la loro presenza.

Così, è stato giocoforza guardare con una mutata consapevolezza ai quartieri del Moderno, dove accanto all’impostazione astratta e dogmatica, al degrado sociale, allo squallore degli spazi comuni, all’inesistente sicurezza, all’astratta fruibilità delle aree verdi collettive, alla problematica manutenzione si è evidenziato, appunto, un innegabile e preoccupante deficit di bellezza. Il bilancio finale è stato, per citare un importante urbanista come Giancarlo Consonni, che “la modernità matura si va connotando come la fase in cui si afferma e dilaga una bruttezza che, per estensione, non ha l’eguale nella storia… La caduta della bellezza ha riguardato città e campagna” (La bellezza civile. Splendore e crisi della città, 2013).

In questo quadro appare sconfortante che in molte scuole di architettura italiane si continuino a riproporre pervicacemente, in tema di disegno urbano, approcci progettuali che hanno dimostrato – e ormai da molti anni – evidenti e gravi lacune. La pigrizia intellettuale (o, talvolta, la mediocrità) di una parte della docenza ed una certa acquiescenza in debito di spirito critico di una fetta preponderante del mondo studentesco hanno determinato quella che appare una comoda, ma al tempo stesso sempre più stanca ed irresponsabile riproposizione di stilemi progettuali da tempo usurati: che, particolare tutt’altro che secondario, hanno storicamente contribuito a condannare settori significativi della popolazione ad inaccettabili stili e condizioni di vita, anche dal punto di vista della bellezza sensibile; il tutto nella tranquilla irresponsabilità di architetti e pianificatori. A poco sembrano servire le allarmate denunce di alcuni tra i più importanti urbanisti italiani, come Federico Oliva (“La città italiana è nel mezzo di un processo di trasformazione di una portata tale da mettere in discussione strumenti e pratiche d’intervento che ritenevamo consolidati; dobbiamo cercare di mettere a fuoco le soluzioni più adatte per affrontare la nuova condizione urbana che si sta delineando”: «Urbanistica», n. 152, 2013) o Marco Romano (“Il degrado delle periferie europee, i cui abitanti sono privati della loro appartenenza alla civitas è uno dei disastri del Novecento. L'Europa è stata capace di risollevarsi dalle sbandate per i totalitarismi, salvata dall'antica radice democratica della civitas, ma non sembra ancora avviata a rigenerare con altrettanta consapevolezza la consolidata figura dell’urbs”: La città come opera d’arte, 2008) o, ancora, Bernardo Secchi (“L’urbanistica ha forti, precise responsabilità nell’aggravarsi delle disuguaglianze. Siamo di fronte ad una nuova questione urbana”: La città dei ricchi e la città dei poveri, 2013).

In effetti, per convinzione o per convenienza, ci si è spesso rifugiati nell’idea, del tutto  illusoria, che una supposta qualità architettonica fosse in grado in qualche modo di supplire alle eventuali carenze del disegno urbano, quasi che una parola elegante potesse qualificare da sola un discorso insulso o mediocre: da qui una sbrigativa o talvolta distratta attenzione al contesto, con conseguente scadimento del risultato complessivo, un approccio sintetizzato efficacemente ancora da Consonni: “Una ricerca spasmodica che scivola frequentemente in un’architettura divistica autoreferenziale, del tutto disinteressata al problema della costruzione di luoghi dotati di qualità urbana” (La bellezza civile. Splendore e crisi della città, 2013) o da un antropologo-urbanista come Franco La Cecla (“L’architettura è nell’insieme «outdated» rispetto all’evoluzione della città contemporanea. Gli architetti hanno ancora molto peso in assenza di vere figure alternative di riferimento e con questo peso possono provocare grandi danni per ignoranza e incompetenza”: Contro l’architettura, 2008). In questo contesto, clamorosamente fuori tempo massimo appaiono (interessate) affermazioni, peraltro non più recentissime, come quella di Fuksas (2 febbraio 2007), secondo cui “è l’architettura iconica ciò di cui hanno bisogno le città”: lampante esempio dell’abissale distanza mentale di taluni architetti, più o meno trendy, rispetto alla drammatica situazione in cui versano intere parti delle nostre città.

In altri termini, ad interessanti architetture non hanno corrisposto molto spesso inserimenti urbani di pari qualità; ma, irresponsabilmente, nelle Università e nella realtà professionale, si continua spesso a far finta di niente, scegliendo di percorrere la (comoda) strada del conformismo progettuale.

In conclusione, appare ormai indifferibile un radicale cambiamento di rotta che, superando sterili ed ormai inaccettabili clichés progettuali, ponga tra i suoi obiettivi anche un integrale ripensamento del disegno urbano con conseguente recupero della bellezza civile: allargando, finalmente, lo sguardo. Su questo non sarà forse inutile ricordare, a conclusione di queste sintetiche note, una frase di Gropius del 1955: “Nel corso della mia vita mi sono sempre più profondamente convinto che il palliativo tipico degli architetti, ossia di attenuare, con un edificio elegante e isolato, il disarticolato schema oggi dominante, è del tutto inadeguato e bisogna creare invece un ordine nuovo di valori”.