Il tempo (che tutto e nulla cambia)

 

 

... Giù a cinque braccia giace tuo padre.

Le sue ossa ormai son corallo

e perle gli occhi son già.

Di lui quanto mai può perire

un mutamento marino subisce

in cosa ricca e strana ...

 

Chi è stato a Venezia nell'autunno del 2017 ha avuto l'occasione di visitare la grande mostra di Damien Hirst "The Wreck of the Unbelievable". Si trattava della esposizione pubblica del tesoro recuperato dalla nave romana Ápistos affondata per una tempesta nell'Oceano Indiano quasi 2000 anni fa tra il I e il II secolo dopo Cristo. Il suo libretto introduttivo comincia appunto con il canto di Ariel dalla "Tempesta" di William Shakespeare (1611) dove il mare è l’immagine sublime del tempo che tutto e nulla cambia.

Il carico della nave apparteneva a un ex-schiavo leggendario Cif Amotan che, reso libero e ricco dai suoi padroni, era diventato un esperto contabile e aveva accumulato un’immensa fortuna in oggetti d’arte, statue e monili provenienti da ogni parte del mondo. Il naufragio aveva trascinato a fondo, con la barca, il frutto del lavoro di una vita.

Damien Hirst ha finanziato la spedizione per il recupero del tesoro del relitto lungo la costa dell’Africa orientale. Ha fatto riemergere tutta la magnificenza affondata con la Ápistos e l'ha esposta a Venezia in Palazzo Grassi e ai Magazzini del Sale tra il settembre e il dicembre del 2017. Come  icona della mostra in mezzo al cortile di Palazzo Grassi si stagliava la copia gigantesca, alta 12 metri, di una statua di diavolo ribelle in piedi. Intorno ai vari piani bellissimi busti di Venere e volti di Medusa e molti altri reperti nelle loro diverse condizioni dopo il ritrovamento. La mostra si apre con le video-riprese del recupero subacqueo. C’erano nella nave statue originali con ancora le concrezioni marine e i coralli attaccati, copie che ne restituiscono le condizioni iniziali e moltissimi altri magnifici reperti integri o in frammenti. E anche misteriose icone popolari di un tempo recente ... come una statuetta di Topolino (Mikey Mouse) o un Pippo (Goofy) completamente ricoperto di conchiglie e un robot metallico proveniente da un futuro passato nelle profondità dell'oceano.

In greco antico Ápistos significa Incredibile. E’ il nome della nave affondata, ma anche il suo contenuto è incredibile e forse tutta la storia lo è. Cosa è vero del tesoro e cosa è falso? Tutto? Niente? Quali sono gli originali e quali le copie? Cosa è antico e cosa è moderno? E in definitiva che significato ha il patrimonio e cos'è arte? Chi è/sono l'autore/gli autori?

Cosa importa? Sembra rispondere Hirst/Amotan che si identifica nella statua di Cif Amotan: “il collezionista”. Damien Hirst propone solo dubbi e ironiche incertezze all'osservatore e un tempo immobile in un grande calendario Atzeco che sembra la Piedra del Sol del Museo Nacional de Antropologia di Città del Messico.

La sua presenza sulla nave romana non è spiegata. Hirst mette in mostra tutto insieme.

Il vero e il falso non contano. Le forme dell’antico e quelle del contemporaneo sono cariche di senso nella stessa narrazione, come ri-emerse in un tempo fermo.

La diversa visione del tempo e del valore che il tempo conferisce alle cose materiali rappresenta la vera provocazione di Hirst che in qualche modo rivoluzionando/irridendo i concetti di patrimonio, autenticità, originalità, autorialità, sancisce la fine di un idea moderna ed esclusiva dell’arte.

Se la modernità che ci ha formati ha separato il passato dall'oggi relegandolo alla storia e ha inventato il futuro come l'unica dimensione in cui il presente viene proiettato e assume significato nella sua mostra passato, presente e futuro sono congelati nello spessore dell’oggi. Time is out of Joint come scrive sempre Shakespeare nell’Amleto e come Cristiana Collu titola la prima mostra anti-didascalica (2016-18) alla Galleria Nazionale di Roma sotto la sua direzione. Il tempo non c’entra. È solo la narrazione che restituisce il senso della performance artistica e permette ai suoi fruitori di stabilirne il valore. L'autore è multiplo: chi concepisce, chi mette insieme, chi fruisce ed elabora in modi diversi. Performance, narrazione e condivisione rendono il concetto di heritage creativo e olistico e lo ri-definiscono consentendo a tutti di godere della sua immanenza nel tempo attuale.

Tutto questo non comincia ora. Già nella seconda metà del novecento alcuni intellettuali attivi in diversi campi della cultura creativa iniziano a interrogarsi sulla fine della Modernità e su una diversa concezione del tempo.

Nel 1979 negli USA esce Fear of Music, un album dei Talking Heads curato da Brian Eno. Il gruppo newyorkese che lega rock, pop e avanguardia in questo disco inserisce un pezzo, Heaven, scritto da David Byrne, che tra il serio e il paradossale parla di un bar che si chiama, appunto, paradiso. Heaven è un luogo dove non succede mai niente e quando qualcosa finisce ... poi ricomincia:

 

“… When this kiss is over, it will start again

It will not be any different, it will be exactly the same

It's hard to imagine that nothing at all

could be so exciting, could be this much fun

Heaven, heaven is a place a place where nothing

nothing ever happens. ...“

 

Nel 2010 Dave Bell un giovane studente di dottorato del Dipartimento di Politiche e Relazioni Internazionali dell’Università di Nottingham scrive di Heaven (https://ceasefiremagazine.co.uk)  “… it is boring. There’s no funky polyrhythms; no dada jabberings; no non-sequitirs in the lyrics and certainly no MTV friendly video in which David Byrne repeatedly hits himself in the head. It’s just a simple, mid-tempo piano song which comes and goes in four minutes and one second. Yet I believe it’s one of the most vital songs of all time-pop as Samuel Beckett might write it: tedious, beautiful and desperate.”

Che siano proprio noiosa bellissima e disperata gli aggettivi più adatti a descrivere non solo la canzone ma anche l’epoca che stiamo vivendo? Si può discutere, ma la questione del tempo che sembra fermo mentre tutto e nulla cambia è reale e riguarda gli spazi di vita.

Quanti mobili, case, o quartieri urbani disegnati e realizzati negli anni ‘80 o anche prima sono ancora oggi attuali? Quali vestiti o scarpe di quel periodo possono essere indossati senza apparire vecchi o fuori dal tempo? Quasi tutti. In questi anni le forme degli spazi abitabili non sono cambiate più di tanto. Ancora di meno è cambiato il loro disegno, o in altri termini il modo di progettarle. La moda, l’arte, la musica, l’architettura sono le figure sensibili che meglio rappresentano una società nel suo tempo. Da più di quaranta anni sembrano esprimere sempre le stesse aspirazioni, le stesse attese di futuro. E’ possibile che siano rimaste così indifferenti ai grandi mutamenti tecnologici e sociali dell’ultimo mezzo secolo?

Eppure la rivoluzione digitale che stiamo vivendo è più pervadente e incisiva di quella industriale della fine del diciannovesimo secolo quando con le nuove macchine il mondo diventa moderno e con le sue forme proietta l’umanità nel domani.

La modernità è il tempo nell’epoca in cui il tempo ha una storia (Bauman 2006). Nella modernità genius loci e genius saeculi coincidono. Le forme dell’arte della città, dell’architettura e della moda realizzano l’epoca. In era moderna sarebbe stato impensabile vestirsi o progettare mobili, case o città come nel secolo precedente. Oggi è normale.

Poche volte la distanza tra gestalt e zeitgeist è stata così drammatica. E’ saltato Il paradigma che lega l’estetica alla proiezione del tempo. Soprattutto in questo risiede il superamento della modernità. Si vive come in un lungo presente dove le forme sensibili e le loro rappresentazioni nello spazio solido non realizzano più un’idea di futuro e sembrano sempre le stesse. Anche ora tutto cambia e in modo molto più veloce di prima, ma l’innovazione si realizza negli spazi immateriali della rete più che nello spazio fisico. I luoghi più tradizionali e non connessi tendono a restare inerti, rassicuranti, sempre uguali a sé stessi, o a cambiare con grande lentezza.

E sta cambiando l’idea di architettura? Come ci suggerisce Damien Hirst, ci sono alcune questioni fondamentali che riguardano il tempo, lo spazio e il senso sulle quali forse dobbiamo tornare a ragionare per capire meglio il mondo e la società in cui viviamo e come possiamo oggi continuare a proporre qualità della vita, felicità e cultura con un progetto.

Mosè Ricci