Learning from Venturi

 

 

Oggi la mia generazione sta vivendo uno strano momento di incertezza in grado di frenare l'inizio del processo creativo. Spesso si è in attesa di quel segreto che possa rivoluzionare il modo di progettare, che faccia fare il salto di qualità. Oppure si aspettano instancabilmente le tecniche ed i metodi più complessi, dimenticando una cosa semplice ma fondamentale: la storia è il punto di partenza del lavoro progettuale. Ricordo con entusiasmo '50 years of Complexity and Contradiction in Architecture', l'evento tenutosi a Roma lo scorso inverno, per celebrare l'anniversario della pubblicazione del libro di Robert Venturi. L'autore guarda al passato in modo originale prendendo ciò che è utile al progetto e non quello che il momento vuole. È ironico, possibilista, attento alla comunicazione e al simbolismo, disponibile ad accettare le contraddizioni e a farne una forza. Nell'auditorium del Maxxi, incontro Carolina Vaccaro, architetto e una dei curatori dell'evento, con la quale mi immergo in una piacevole chiacchierata. "Ho iniziato a imparare da Bob e Denise praticamente da quando sono nata, e questa cosa è maturata lentamente negli anni. Venivano spesso in Europa, a Roma, e andavamo a vedere sempre le cose insieme, prima da ragazzina e successivamente con la consapevolezza di chi ha studiato architettura." Mi racconta. "La più grande lezione che Venturi mi ha lasciato, non è una lezione di stile ma una lezione di occhi: occhi che possono guardare diversamente, occhi che devono elaborare diverse soluzioni a seconda delle proprie radici e delle proprie idee". Afferma con voce forte e decisa, e mi spiega come quello di Venturi è per lei uno dei testi di architettura del Novecento che ha ancora grandi potenzialità di educare. È un libro ricco di esempi -un manifesto- che vuole insegnarci un nuovo modo di osservare la storia. Da una certa distanza. In modo da poterla interpretare e fare cose diverse. Per questo motivo mi piace pensare che per poter progettare dobbiamo conoscere, dobbiamo avere la consapevolezza di ciò che è stato fatto. La capacità di apprendere continuamente, infatti, si concentra nel disegno -nell'imparare a vedere, a capire, a esprimere- e nella storia -un serbatoio infinito di riferimenti e di potenzialità ancora da esplorare- strumenti di progetto utili per affrontare le necessità del presente.

La chiacchierata mi ha reso sempre più curiosa e, oggi, voglio fare a Carolina una domanda fondamentale per la nostra crescita:

C'è un progetto di 'Bob' che

può confrontarsi con la contemporaneità

ed è in grado di guidare l'attuale generazione verso

la consapevolezza del tempo che sta vivendo?

"Senza dubbio un progetto che sintetizza tutti i principi è la casa della madre a Chestnut Hill. In questa casa è evidente un continuo rapporto di contraddizione e complessità. Il prospetto gioca un ruolo simbolico, di elemento di riconoscibilità e familiarità. Questo è interessante perché si lega al tema dell'ordinario: la casa della madre è 'scontata' perché ripropone l'icona della casa come la disegnerebbe un bambino. Al tempo stesso, all'interno di questo riferimento, ordinario, vengono introdotti i grandi temi come quello del rapporto interno/esterno: la porta sembra una porta centrale rispetto alla simmetria dell'edificio ma in realtà non è la porta, è un vestibolo, e l'ingresso è spostato a destra. Entrando, però, nella casa non tutto è simmetrico. È la grande contraddizione postmoderna. L'edifico diventa un elemento di scoperta. Ti aspetti qualcosa e invece ne trovi un'altra. Ed è fenomenale! Gli spazi interni sono complessi e distorti nella forma e nelle loro relazioni. L'anima dell'interno è la circolazione: si entra, immediatamente si può salire attraverso la scala, nascosta nel caminetto, e si arriva al piano superiore, dove la scala prosegue, ma non conduce da nessuna parte. È bizzarra! Io credo che la casa della madre è assolutamente tutto quello che si può dire su Bob e Denise: è semplice e complessa allo stesso tempo, aperta e chiusa, grande e piccola".

Carolina Vaccaro interview by Erica Scalcione