WOO interview

Mario Cucinella

Il cool e il glamour stanno sostituendo, nell’architettura, l’utilitas, la firmitas e la venustas. Sempre più spesso, anche nelle università, si tende a progettare “sculture” più o meno belle ma molto spesso difficili da vivere. A fronte di ciò, come ritiene sia giusto intervenire nelle trasformazioni urbane?

 

La risposta ha diverse facce: una è quella legata al fatto che l’architetto è un mestiere difficile. Mettere insieme l’utilitas, la firmitas e la venustas è molto difficile. Negli ultimi anni in architettura si è sviluppato prevalentemente il senso visivo trascurando tutti gli altri. Noi non facciamo un mestiere che dipende solo da un senso, se si usano solo gli occhi e quindi si usa solo la vista, si producono solo immagini che sono di fatto una grande illusione perché è solo forma. La forma quindi non è un sogno ma un’illusione. La differenza tra illusione e sogno è immensa: l’illusione di fatto non c’è e non ci sarà mai mentre per i sogni si fanno delle battaglie. Sono del parere che negli ultimi anni si sia dato troppo peso al discorso dell’immagine, come se l’architettura fosse un oggetto e fosse presa in prestito dalla cultura dominante della comunicazione: perfetta per una macchina, per un oggetto di design, ecc. L’architettura non si può spostare, non si può demolire e non si può mettere in un garage. Se un edificio è fatto male, se non funziona bene, le conseguenze le paghiamo tutti. Credo sia molto importante, sotto un profilo educativo, tornare ai fondamenti del nostro mestiere. […] L’architettura non è come la moda che a fine stagione la metti nell’armadio.

 

 

All’inizio di settembre nel nostro Dipartimento di Architettura si è svolta la Pescara Summer School, un workshop sui temi della riqualificazione e riuso delle aree "irrisolte" della città di Pescara, coinvolgendo e dialogando con l’amministrazione e i vari enti pubblici presenti sul territorio. Sulla base della sua esperienza professionale quali sono le strategie di dialogo che ha adottato con le persone e i luoghi oggetto di trasformazioni urbane? A quali risultati ha portato?

 

La riqualificazione è un tema che ancora non è stato bene affrontato. […] Si fanno politiche di recupero dell’edificio e poi non si sa bene che fare, non si crea un dialogo né un ascolto con il quartiere, non si spiegano quali sono le ragioni della trasformazione. In Italia i risultati di questi interventi sono molto scarsi perché singoli soggetti spesso decidono per gli altri cosa fare nelle aree di trasformazione. […] Bisogna analizzare di quali trasformazioni si ha bisogno attraverso il dialogo con il quartiere per capire le reali esigenze della gente. Fare una trasformazione con un approccio solo speculativo comporta il rischio che vengono fuori cose strane, allora per trasformare e far diventare qualcosa una parte di città, bisogna riuscire a far diventare il progetto anche opportunità per chi abita perché ci trovi qualcosa di utile. […]abbiamo fatto delle cose molto semplici, partendo sempre e necessariamente dalla capacità che ha un comune e dall’ascolto delle persone. Se non ascolti non impari nulla, se parli dici solo quello che sai già! Bisogna rivendicare un ruolo importante, quello dell’architetto che non è solo il ruolo del disegnatore […].

 

 

Si sente sempre più spesso parlare di sostenibilità, riuso, green space, smart city come temi fondamentali per lo sviluppo attuale della città. Prende sempre più piede l’idea che una città debba essere "intelligente" così come le sue infrastrutture, il suo territorio e il sistema energetico. Al di là della teoria, qual è, secondo lei, il primo passo concreto per portare le città, le nostre città, a diventare dei luoghi capaci di soddisfare tali obiettivi?

 

Se ne parla tanto e non succede niente. Queste parole hanno quasi perso il loro significato. La prima cosa che farei è quello di aprire un grande tavolo di dialogo con la città per il futuro della città. Tra 20 anni come la immaginiamo una città? Gli spazi verdi dove li facciamo? La lista dei problemi è lunga ma dobbiamo partire proprio da quella per capire quali sono le strategie e le soluzioni concrete da adottare perché tutto ciò che mettiamo in pratica adesso avverrà tra 15/20 anni. Una città non diventa di colpo intelligente da sola. […] Bisogna essere coscienti di quali sono i problemi, stabilire delle priorità e partire da quelle. Per me la priorità è il sistema climatico e ambientale, perché il problema climatico si sta portando dietro delle conseguenze gravi proprio in termini di vite umane: qual è allora il piano per di adattamento al clima? qual è il sistema di riuso delle aree abbandonate? o delle aree ferroviarie? qual è la strategia sulla costa adriatica? Bisogna mettere sul tavolo le priorità e i progetti veri. Il futuro arriva comunque, ci pensi o non ci pensi. […] Molto importante è perseguire una politica visionaria: quello che stiamo cercando di fare è questo.

 

 

Lei è uno dei tutor del gruppo G124 creato dall'architetto senatore Renzo Piano per approfondire lo studio, provare a dare soluzioni, per lo sviluppo delle periferie e della città che sarà.  Quali sono le principali problematiche che s’incontrano in un lavoro di questo tipo e qual è il ruolo che hanno le periferie nella sua idea di città del futuro?

 

Le problematiche che si incontrano su questo tema è che nessuno ascolta più nessuno. Il lavoro degli architetti che hanno lavorato su questo progetto di Renzo Piano hanno attuato una grande politica d’ascolto diventando degli psicologi che tentano di risolvere i problemi della gente dando una risposta creativa e concreta. È chiaro che l’ampiezza del problema delle periferie è talmente ampio che non è che c’è un’ unica soluzione. Nella città in cui viviamo bisogna fare piccoli passi, prendere un problema e risolvere quello! Il nostro lavoro è stato fatto per quello. Non una politica unificatoria delle perifierie. La città va avanti intanto la gente ci abita e le cose non avvengono. Andiamo a vedere dov’è il problema e andiamo a risolverlo. Le problematiche sono poi quelle le politiche di ascolto. Chi ci abita lo sa meglio di noi, non sono solo problemi di natura estetica ma culturale, manca il campo di calcio..manca il percorso, non c’è la scuola, non ci sono i giardini, non arriva l’autobus. Dei problemi se ne sono dimenticati un po’ tutti..io vedo questo come una grande possibilità per gli architetti, di poter mettere le mani dal punto di vista creativo e di ascolto sul patrimonio edilizio. A Catania c’è stato un grande coinvolgimento con le scuole con i cittadini ma nessuna limitazione per  l’aspetto creativo per l’architetto. Io spero che nel tempo ci sia un’unica città e riusciamo a togliere questa idea della periferia, una condizione non una separazione.