My Architect

 

by ERICA SCALCIONE

 

Nel marzo 1974 un uomo fu trovato morto nei bagni di una stazione di New York. La polizia non riuscì a identificarlo perché aveva cancellato l’indirizzo sul passaporto. Era Louis Kahn, uno dei più grandi architetti del ventesimo secolo.

 

“Solo e senza un soldo, era appena tornato dall’India [...] Cosa pensò negli ultimi istanti? Aveva visto o parlato con qualcuno? Per anni mi sforzai di accontentarmi del poco che conoscevo, ma a un certo punto non mi bastò più. Dovevo conoscerlo. Dovevo scoprire chi fosse davvero. Così partii alla scoperta delle sue opere, alla ricerca dell’uomo che mi aveva lasciato con tanti interrogativi.”

 

Inizia così “My Architect”, docufilm frutto dell’urgenza di un figlio illegittimo - il regista Nathaniel Kahn - di scoprire la figura del padre. Nathaniel di fronte alle monumentali architetture è un bambino in preda allo stupore. Ma non si accontenta della prima impressione, le opere di suo padre le vuole capire, rintracciandone significati che vanno oltre gli aspetti tecnici e professionali. In realtà non lo soddisfa nemmeno questo: cerca risposte nelle persone che con suo padre hanno vissuto, lavorato e che l’hanno amato.

il suo agire è sempre meccanico. Le sue azioni sono programmate razionalmente, non c’è rabbia, né frustrazione che prenda il sopravvento. C’è, invece, qualcosa di magico, una sorta di attrazione mistica. Le immagini silenziose della vita quotidiana di questo personaggio geniale comunicano emozioni così forti che nessun dialogo avrebbe mai saputo restituire. I materiali, gli spazi e la luce, creano atmosfere di grande impatto e relazioni intense. Louis Kahn appartiene ormai alla storia: i suoi edifici rimangono e ci ricordano che l’architettura c’è. Essa esiste in un mondo eterno e differente, che non si consuma. L’architettura è così, un viaggio di emozioni terribilmente concrete. Ha segnato epoche, ha infiammato animi. Dona felicità!