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Rosario PAVIA

Qual è il primo ricordo che le viene in mente legato alla Facoltà di Architettura di Pescara?

 

Sono arrivato a Pescara dopo Roma e Reggio Calabria. Era il 1986. Ho trovato una facoltà in trasformazione, nel giro di qualche anno molti docenti cambiarono sede, alcuni in modo forzoso. Ci fu un cambiamento rapido e sostanziale. La tendenza esaurì presto la sua presenza culturale. Cambiò la geografia delle relazioni e dei riferimenti, non più Milano e Napoli, ma Roma che irrobustì il suo contributo in termini di docenti. La facoltà si aprì ad altri apporti, a Roma in particolare, ma non ad una scuola romana omogenea e strutturata (in realtà la scuola romana se aveva un carattere comune questo stava proprio nella sua varietà di interessi, nella sua attenzione al contemporaneo, al suo orientamento critico e relativista, tutti caratteri che possono essere attribuiti all’insegnamento di Quaroni). Ci furono nuovi ingressi. Per la progettazione architettonica Terranova, D’Ardia, i giovani Desideri, Aymonino, Andriani; per l’urbanistica, Karrer (ma fu una presenza di pochi anni), Clementi. Io mi consideravo un nuovo arrivato. Mi sono proposto non come urbanista, ma come architetto urbanista. Sentivo che a Pescara si poteva fare. 

La nostra condizione di nuovi docenti ci consentiva di interpretare in modo originale la città di Pescara e il suo territorio. La dimensione del viaggio, dell’attraversamento entrò nella nostra cultura, il paesaggio naturale, ma anche le grandi infrastrutture. Di Pescara ci piaceva il suo asse attrezzato, la sua genericità, la sua espansione ripetitiva che la faceva assomigliare a una città americana (come a Guido Piovene del resto), a una città nuova, giovane “senza rughe” (l’espressione è di Giorgio Manganelli).

Ero felice di essere a Pescara. Il viaggio e la scoperta di Pescara come “piccola metropoli”, come la chiamava Barbieri, ci univa, ci dava l’opportunità di ragionare sulla nuova dimensione della periferia, sulla città diffusa, sul territorio delle infrastrutture. A Pescara abbiamo colto la compresenza di locale e globale.   Per me fu anche l’occasione per conoscere l’Adriatico come mare frontiera  e regione compresa tra l’Appennino e i Balcani e oltre, fino al Danubio. Per insegnare a Pescara, avevamo bisogno di pensare in grande, di non vederla come provincia, ma come un nodo di flussi, un incrocio di culture diverse. Sono stato tra i primi a promuovere una riflessione sui rapporti tra le due sponde dell’Adriatico con convegni, libri, ricerche (ricordo in particolare  il numero monografico di PPC  La città adriatica, 1995). Ho pensato a Pescara come a un ponte su una direttrice trasversale, di transito: dal Tirreno all’Adriatico, al Danubio. Un corridoio intermodale mare-terra ( su questo abbiamo sviluppato una ricerca importante predisposta per la Regione Abruzzo Sea Bridge, 2005-7). Questa tensione interpretativa si è tradotta in molti di noi in una cultura progettuale aperta al contemporaneo, ma nello stesso tempo legata ai contesti. Contesti nuovi, colti in un territorio in trasformazione, dove le infrastrutture alla pari delle reti insediative esistenti e delle reti ambientali diventano elementi determinanti per il piano e il progetto.

 

Uno dei fenomeni che ha interessato la Facoltà di Architettura di Pescara fin dalle sue origini è stato quello della TENDENZA. Che cos’è la TENDENZA? e cosa ha rappresentato per lei?

 

Non sono stato coinvolto culturalmente dalla cosiddetta”tendenza”, ho amato molto Rossi, la sua attenzione al tema della morfologia urbana, la sua poesia e ironia, ho apprezzato i primi lavori di Renna e Bisogni sul territorio campano, ma nel complesso ho seguito la produzione teorica e operativa della tendenza con un certo distacco. Penso che la presenza a Pescara di personaggi autorevoli come Rossi, Grassi, Monestiroli sia stata troppo breve e variegata per poter costruire una scuola. Diverso è stato il contributo  sul territorio della “tendenza” nella costruzione della città, penso al Campus di Chieti, ma anche a tanti edifici anonimi sparsi nel territorio, opere di architetti laureati in quel periodo. Definire la tendenza  è difficile, impossibile trovare una sua formulazione unitaria, come si è evinto nella  mostra parigina del 2012 La Tendenza Architectures italiennes 1965-1985. Troviamo troppi padri, troppi riferimenti a volte lontani (la Biennale di Portoghesi del 1980 la presenza del passato, ha a che fare con la tendenza?).

Come fenomeno culturale nella sua varietà è indubbiamente interessante e ci costringe a riflettere su un periodo significativo della nostra storia. Forse dovremmo tornare a riconsiderare la sua fase iniziale. immediatamente articolata nelle posizioni: da un lato la ricerca di senso nella complessa stratificazione della città da parte di Rossi che si opponeva al funzionalismo ingenuo del moderno, dall’altro, con Grassi, la costruzione di una logica, di una ragione interna alla costruzione dell’architettura che riporta l’attenzione sullo specifico disciplinare, sull’architettura come razionalità, come atto conoscitivo dotato di autonomia. Da un lato l’architettura come fatto urbano, dall’altro l’architettura come frammento. In entrambi i casi la ricerca di un nuovo rapporto con la realtà. Un inizio ambiguo che ha  aperto molti filoni di ricerca, ma che a ben vedere ha distolto l’attenzione dalle nuove forme che la città contemporanea stava assumendo. A distanza è lecito affermare che la “tendenza” ha contribuito ad un arroccamento disciplinare oggi del tutto anacronistico.

 

Cosa pensa di aver lasciato in questa facoltà?

 

Il lascito di un docente può essere misurato dai suoi allievi e dai docenti che è riuscito a formare. A Pescara insegnano Matteo di Venosa e Antonio Clemente,  non sono cloni, ma docenti capaci. Raffaella Massacesi che  ha collaborato con me negli ultimi anni è un architetto e una studiosa di valore. Mi sono stati vicini nell’insegnamento, ma anche nella sperimentazione operativa in molti concorsi e impegni di lavoro. E’ stata una collaborazione alla pari, c’è stato uno scambio in cui ho dato e appreso molto. Il libro Waterfont. Dal conflitto all’integrazione documenta questo scambio e la necessaria relazione tra didattica, ricerca e sperimentazione operativa. La ricerca sul rapporto tra città e porto, sul ruolo strutturante dei porti nell’assetto del territorio e nella costruzione dei paesaggi costieri mi ha impegnato per molti anni ed è un settore di elaborazione ancora centrale su cui Pescara,come scuola, può fare ancora molto.

Sul piano didattico penso che le cose migliori siano stati  i miei corsi di Fondamenti di Urbanistica, in pratica il primo incontro degli studenti con l’urbanistica. Il corso si chiamava “Il taccuino di viaggio nel territorio della città”. Ogni studente doveva esplorare e comprendere la realtà urbanistica della propria città di origine attraverso disegni e  schizzi dal vero, fotografie, rilievi, documenti storici e documenti urbanistici. Lo studente era introdotto all’urbanistica attraverso un esercizio di lettura e di osservazione, doveva imparare a riconoscere le parti urbane dal centro storico alla periferia, le relazioni spaziali, i rapporti tra a architettura e urbanistica, tra norma e costruzione della città. Mi proponevo di introdurre lo studente all’urbanistica in modo attraente, creativo, progettuale. Il riferimento era il taccuino di viaggio dei maestri dell’architettura.  Ho pubblicato un libretto di istruzioni che porta il titolo del corso, ha avuto successo. Alcuni anni fa ho voluto nuovamente insegnare Fondamenti di Urbanistica, era un modo per verificare l’utilità del taccuino di viaggio all’epoca di Google. Ho avuto la conferma che funziona ancora. I contenuti dei miei corsi, il mio interesse per il progetto urbano, la forma della città contemporanea e lo spazio delle infrastrutture sono stati riportati in una serie di pubblicazioni tra cui Le paure dell’urbanistica e Babele.

 

Nella sua carriera ha affrontato realtà accademiche diverse. Esistono dei caratteri distintivi riconoscibili nei diversi atenei? Se si quali sono?

 

Penso che a Pescara si sia formata una cultura progettuale dove la dimensione dell’architettura si è saldata con la dimensione urbanistica e territoriale (questa posizione è chiaramente espressa dai numeri monografici di PPC: Le scale del progetto, La qualità del progetto, Le opere pubbliche pubblicati tra la fine degli anni ’90, e inizio 2000. Il periodo tra la metà degli anni ’90 e il 2005 circa sono stati gli anni migliori per la facoltà di architettura di Pescara. Un gruppo di docenti, architetti e urbanisti lavoraò insieme in modo fertile e innovativo, costituendo un dipartimento interdisciplinare il Dart, Dipartimento Ambiente Reti Territorio (mi sono sempre piaciuti gli acronimi che avessero senso e sonorità). Al centro c’era il progetto, sviluppato alle varie scale, con una forte attenzione alla dimensione urbana e ai territori infrastrutturali. In quegli anni ci imponemmo a livello nazionale con ricerche, prese di posizione e sperimentazioni progettuali. In fondo eravamo pochi, ma molto coesi nella ricerca e nelle strategie culturali. Alcune ricerche come Itaten (Indagini sulle trasformazioni degli assetti del territorio nazionale, 1996) e Infra ( Forme Insediative e infrastrutture, 2003 ) devono molto al gruppo di lavoro di Pescara e in particolare ad A.Clementi e G.Barbieri. Su alcuni temi, come la città diffusa, le posizioni sviluppate da me e da M.Ricci (con cui ho condiviso la direzione della collana della Meltemi Babele che fu molta attiva dal 2001 per circa un decennio) diedero al dibattito un contributo originale. Intorno alla collana Babele e quindi, in un certo senso intorno a Pescara, ruotarono molti ricercatori, progettisti e studiosi. Il terreno comune era la città in trasformazione come sfondo per il progetto. In questo periodo si poteva parlare di una scuola di Pescara, con una sua riconoscibilità, un suo carattere, un suo peso. La scuola di Pescara era riconoscibile, a mio avviso, per la forte integrazione tra architettura e urbanistica, per la sua sperimentazione progettuale che attraversava le scale, per la sua capacità di proporre al dibattito temi innovativi per il progetto tradizionale come le infrastrutture, la mobilità, i nodi territoriali come i porti, la riconnessione urbana….. Questa fase si è esaurita intorno alla metà degli anni ‘2000. Le ragioni sono diverse. Molti docenti cambiarono sede (Desideri, Aymonino, Ricci, i milanesi bBalducci a Lanzani e Bianchetti, Avarello era tornato a Roma molto prima …). La facoltà  nell’insieme si indebolì. Ci furono conflittualità e divisioni interne non legate a visioni culturali contrapposte, ma piuttosto a ragioni di micropotere e di egemonie personali. Via via il progetto culturale è venuto meno. Una pessima riforma dell’università ha fatto il resto. Intanto il mondo cambiava: mentre i paesi europei industrializzati avevano da tempo iniziato a investire nella riqualificazione urbana e del territorio, il nostro restava fermo, impedendo di sperimentare concretamente le ipotesi di lavoro su cui ci si era impegnati sin dagli anni ’80, a volte con anticipo rispetto al dibattito internazionale. Il mondo cambiava velocemente sul piano economico e sociale imponendo un nuovo ritmo alla competizione, all’innovazione, all’internazionalizzazione, ma anche sul piano della consapevolezza del rischio ambientale legato al cambiamento climatico. La questione ambientale non è riuscita a divenire una priorità né a livello politico, né a livello culturale nelle scuole e nei processi formativi. Mentre nel mondo si opera già nel futuro, da noi si resta schiacciati sul presente. Invece di puntare su saperi multidisciplinari e l’innovazione, c’è un ritorno al recinto disciplinare. Anche a Pescara, dove per la presenza di un corso di laurea in ingegneria si potrebbero esplorare nuove modalità formative. La mancanza di visione di futuro la troviamo in qualsiasi settore, nella politica , nell’economia, purtroppo anche nelle scuole e questo è inammissibile.

 

Qualora dovesse tornare ad insegnare a Pescara, quali esperienze fatte cercherebbe di introdurre nella realtà del Dipartimento di Architettura?

 

Negli ultimi anni mi sono molto impegnato sulla nozione di contesto e di infrastruttura ambientale. Il contesto è oggi un territorio inverso, degradato, inquinato, abbandonato, dismesso, a rischio sismico e idrogeologico. Questo territorio è ancora misconosciuto, non entra nei piani e nelle rappresentazioni ufficiali, eppure è da questo territorio che bisogna partire per la rigenerazione urbana.

Le infrastrutture ambientali sono sia le reti naturali che quelle artificiali, entrambe devono contribuire al mantenimento della resilienza della terra, al controllo del cambiamento climatico. Da tempo le reti naturali (si pensi ai fiumi) sono ibride, coniugano la natura con l’artificio, il loro ruolo è indispensabile al riequilibrio ambientale. Questa loro funzione va salvaguardata, ma anche implementata attraverso la scienza e la tecnologia. Allo stesso modo le reti artificiali (le infrastrutture della mobilità, dell’energia, della produzione industriale, della gestione dei rifiuti…..) devono produrre un servizio per l’ambiente, incorporando la natura, il paesaggio, i dispositivi per la produzione di energia rinnovabile e l’assorbimento dei gas serra.

I programmi e i progetti di rigenerazione di cui oggi tanto si parla devono partire da questa cura per il suolo, il terreno, le acque, l’aria. Abbiamo davanti un grande lavoro di bonifica e di ridisegno del territorio.

Questa apertura alla grande scala dell’ambiente è un passaggio obbligato che ci impegna nei confronti di un futuro incerto e a rischio. La disciplina del progetto deve accogliere questa sfida (William Morris diceva all’inizio della modernità che l’architettura si confronta con tutte le alterazioni della crosta terrestre), non rinunciando al compito di dare forma alle città e senso al territorio trasformandolo in paesaggio.

L' infrastruttura ambientale diviene uno dei temi centrali del progetto. Dobbiamo pensare ad un territorio attraversato da un sistema di reti infrastrutturali e naturali. E le reti, lo sappiamo, hanno traiettorie lunghe, ma sono anche fatte di reti corte, di spazi pubblici, di percorsi pedonali e di episodi minuti (efficientamento energetico degli edifici, materiali riciclati….). Le reti disegnano trame, intersecandosi  danno rilievo ai nodi. Sono questi alla fine a puntellare il territorio attraverso un sistema di centralità interconnesse.

La città dovrà  essere nel suo insieme una infrastruttura ambientale.

Per il progetto si aprono nuove prospettive, nuovi percorsi di apprendimento, nuove basi conoscitive e modalità di lavoro interdisciplinare. Su queste tematiche ho avviato negli ultimi anni un percorso di riflessione nell’ambito della rivista PPC (i numeri monografici Contexts, Ecologics, No-Waste, Ordinariness). E’ in questa direzione che mi piacerebbe continuare a lavorare..