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Mosè RICCI

Qual è il primo ricordo che le viene in mente legato alla Facoltà di Architettura di Pescara?

 

Tantissimi ricordi. Uno su tutti: Blue Banana, un seminario del 2003 sulle forme future della città che organizzammo insieme agli studenti. Semplicemente fantastico. Abbiamo invitato molti architetti allora giovani e poco conosciuti: Helene Hölzl (paesaggista di Bolzano), Philippe Rahm (curatore del padiglione svizzero alla Biennale del, 2000) Philipp Oswalt (oggi direttore del Bauhaus), Stefan Tisher (oggi professore a Versailles), Jean Philippe Vassal (Lacaton e Vassal), Bart Lootsma (SuperDutch), Christophe Girot (oggi prof a ETH Zurigo), Martin Rein Cano (fondatore Topotek)) che già lavoravano sui paradigmi del paesaggio e del progetto ecologico nel momento di massimo fulgore dello star system internazionale. Ora quasi tutti sono protagonisti del dibattito internazionale Avevamo riempito l’atrio della facoltà e prima scala con enormi banane blu gonfiabili appese al soffitto. L’installazione ha resistito un intero anno accademico. Blu Banana rappresentava la scuola di Pescara di quegli anni, sempre avanti nel tempo, sempre curiosa, sempre provocatoria, sempre propulsiva nel dibattito nazionale e internazionale.

 

Uno dei fenomeni che ha interessato la Facoltà di Architettura di Pescara fin dalle sue origini è stato quello della TENDENZA. Che cos’è la TENDENZA? e cosa ha rappresentato per lei?

 

Io sono arrivato come giovanissimo ricercatore nel 1984. La stagione della Tendenza a Pescara, come altrove, era al termine. Arduino Cantafora ha scritto che la Tendenza era era il sogno di un'architettura che ci coinvolgesse come contenuto e impegno In questo senso sono sempre stato simpatetico con  il movimento. Non ne ho mai fatto parte e non mi apparteneva il loro “stile”. Anche se ho lavorato molto con Aldo Rossi e da lui ho imparato tanto  sull’architettura e la città sono convinto che esistesse da sempre una forte differenza tra l’idea di architettura di Aldo e quella degli altri protagonisti della tendenza. Per Rossi era il senso che contava oltre la forma. Non sono sicuro che per gli altri della tendenza fosse sempre così.

 

Cosa pensa di aver lasciato in questa facoltà?

 

Ci ho lasciato il cuore. 20 anni di formazione come studioso e tutta la carriera accademica completata nella vita contano tanto. Ho lasciato moltissimi affetti, che per fortuna ritrovo immutati ogni volta che torno. Ho portato con me invece l’idea della scuola come impresa collettiva, come avventura condivisa tra i docenti e con gli studenti.  La Scuola di Pescara degli anni tra il ’90 e il 2000 c’è ancora.  E’sparsa per l’Italia. Infiltrata nelle altre università. Aldo Aymonino a Venezia, Paolo Desideri a Roma3, Carmen Andriani ed io a Genova, Marco D’Annuntiis ad Ascoli, Gianluigi Mondaini ad Ancona, Ettore Vadini a Matera e tra i più giovani Stefania Staniscia e Chiara Rizzi a Trento… e altri ancora in giro nel mondo. Insomma a Pescara abbiamo lasciato i nostri maestri e gli altri iniziatori della Scuola. Alberto Clementi, Rosario Pavia, Pepe Barbieri, Adriana Carnemolla, Lucio Zazzara, per ricordarne solo alcuni … ma in realtà siamo tutti ancora in rete stretta di iniziative

 

Nella sua carriera ha affrontato realtà accademiche diverse. Esistono dei caratteri distintivi riconoscibili nei diversi atenei? Se si quali sono?

 

Certo che esistono specificità riconoscibili ma credo che nella maggior parte dei casi siano legati ai tempi più che ai luoghi.  Forse fa eccezione solo Venezia che riesce a mantenere nel tempo una tradizione di ricerca riconoscibile. In Italia tutte le altre Scuole hanno dei cicli che poi a un certo punto si esauriscono. E le scommesse sono due una per i docenti è quella di riuscire a tener viva la scuola o ad aprire un nuovo ciclo, per gli studenti invece la scommessa è riuscire a iscriversi in una scuola vitale che propone un progetto didattico innovativo e una linea di ricerca al passo con i tempi. La formazione conta moltissimo soprattutto ora che il mondo sta cambiando e c’è sempre meno lavoro per gli architetti. Pensate che con una stampante 3d tra poco sarà possibile costruirsi in casa un frullatore… e la fabbrica Zanussi in Friuli sta già chiudendo. Possiamo –ed è più conveniente- fare riunioni su skype, comprare su Amazon e  diventare nei stessi taxi con uber… Pensate agli effetti di queste nuove pratiche sullo spazio fisico che noi abitiamo. Molti sono già in atto (scompare il commercio al dettaglio, chiudono le fabbriche e molti centri commerciali, si vive nei vecchi loft industriali ecc ecc) Pensate che l’architettura e la città possano rimanere le stesse davanti a questi sconvolgimenti dello spazio fisico abitabile? Ecco se io fossi studente oggi non vorrei andare ad imparare l’architettura delle star e l’urbanistica dello zoning. Perché sono fuori dal tempo. Perché non è il tipo di lavoro che possiamo più proporre al mondo… Ecco io da studente io cercherei una scuola che propone nuovi paradigmi disciplinari e reti consolidate di formazione e di ricerca a livello nazionale ma soprattutto internazionale.

 

Qualora dovesse tornare ad insegnare a Pescara, quali esperienze fatte cercherebbe di introdurre nella realtà del Dipartimento di Architettura?

 

Non lo so. Non ci ho mai pensato. Pescara è una storia chiusa. Anche se nella vita … mai dire mai…

 

Grazie dell’intervista è un onore per me essere cercato ancora dagli studenti della mia Scuola di origine.

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