SANATORIO DI PAIMIO

 

Nel 1966 avevo visitato a Firenze la mostra su Aalto a Palazzo Strozzi. Acquistato il catalogo, non avevo più dubbi: non c’era altro architetto che suscitasse in me la curiosità di toccare con mano le sue realizzazioni. La comune ammirazione per Aalto di un mio compagno di liceo ci indusse a programmare un viaggio in Finlandia, una volta liberi dagli impegni di studio partimmo in auto per Helsinki. Trascrivo dai miei appunti di viaggio: «16 agosto: Sanatorio di Paimio, solitario e immerso in un bosco di betulle. Contempliamo de visu i dettagli studiati sui libri: le camere di degenza, illuminate in funzione della posizione orizzontale del paziente, con la sorgente luminosa esterna al suo campo visivo; il sistema di riscaldamento a pannelli radianti sul soffitto, orientati verso i piedi del paziente, per sottrarne la testa alla fonte di calore;  le finestre studiate perché i raggi solari possano penetrare in fondo alla stanza; l’assenza di spigoli vivi in ogni parte dell’edificio e mille altri accorgimenti per proteggere l'uomo malato.  L’arte del costruire - suggeriva Aalto - si fonda su tutte le cognizioni e emozioni accumulate dall’uomo. Le sue opere fanno pensare alle antiche saghe finniche del Kalevala, ai laghi, agli spazi incontaminati e ai silenzi delle foreste nordiche, a conferma che l’architettura “viene da lontano”; come i sentimenti e l’istinto, procede dal mondo degli archetipi che affondano le radici nell’alba della vita: il mare, la terra, la luce del sole.

 

Piergiacomo Bucciarelli

 

- intervista a cura di Greta Burtini per WOO_mezzometroquadro -

Sanatorio di Paimio,1928-33, veduta della stecca principale destinata ai degenti. ©Alvar Aalto Museum