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Ti amo disperatamente

"La risposta postmoderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente. Penso all’atteggiamento postmoderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle <<Ti amo disperatamente>>, perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c'è una soluzione. Potrà dire: <<Come direbbe Liala, ti amo disperatamente>>. A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in un'epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una dichiarazione d'amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al gioco dell'ironia."

(Umberto Eco, Postille a Il nome della rosa, Bompiani, 1983)

La stessa teoria che usa Eco, di cui il tempo è dominio, potrebbe rivelarsi come non più di un’occasione per l’architettura. Di fatti il presentarsi delle occasioni sancisce il sopravvivere dell’architettura stessa e indagarla nel presente è l’intento di questo numero. Ciò che abbiamo promosso è stato indagare sulla condizione architettonica, antropologica e culturale odierna e tentare di aprire un varco tra la miriade di teorie e concetti che si sono susseguiti dopo il postmodernismo. In quale condizione culturale e architettonica ci troviamo? Cos’è il tempo? Che si parli di architettura o di amore poco importa, dopo aver capito che il tempo dipende dalle cose che ci accadono e che si mescola con lo spazio generando la più grande aporia del progetto in cui il futuro diventa passato generando il presente per prevedere e ricordare, abbiamo chiesto a Cristiana Collu, Paolo Portoghesi, Mosè Ricci e Carolina Vaccaro di aiutarci a definire una linea di ricerca.

I testi di questo numero non intendono trattare di una verità come se la si fosse già trovata, non è nostra intenzione esporre una dottrina con un metodo di sintesi o di composizione. Con il termine post-verità si definisce “un'argomentazione che basandosi su credenze diffuse e non su fatti verificati tende a essere accettata come veritiera, influenzando l'opinione pubblica". Di questa definizione ci piacerebbe capovolgere i termini, trasformando le inverosimili e spesso estenuanti credenze e ricerche sul futuro in qualcosa che si può definire proprio adesso. Ciò che è decisivo accade comunque e si finisce, come direbbe Liala, per amarle disperatamente.

Maura Mantelli

 

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