Una danza antica

 

Girando per i Giardini delle Biennale mi imbatto in un padiglione curioso. 

Si tratta dell’intervento “Vara” di Mauricio Pezo e Sofia von Ellrichshausen per la Biennale di Architettura 2016 di Venezia che consiste in 10 cilindri di differenti dimensioni che si incastrano e sembrano giocare e ballare tra di loro, in un dialogo antico e sconosciuto.

Il nome del padiglione si rifà alla Vara Castellana, un’unità di misura oramai obsoleta che veniva utilizzata in Spagna, Portogallo e zone influenzate dalla dominazione spagnola e fa riferimento ad un’asta, solitamente sui 3 piedi, che per ogni Paese variava di dimensione. Inoltre la Vara Castellana veniva usata anche come unità per misurare le città conquistate in America.

Entro al suo interno e subito mi perdo, ma non perché non ritrovo più l’uscita. Mi perdo nei miei pensieri e nello scoprire tutte le 16 stanze che il ballo di questi cerchi creano. Il padiglione mi invita ad osservare nuovi dettagli da differenti punti di vista: alzando la testa al cielo, sbirciando attraverso dei fori sulle pareti o, ancora, osservando la successione delle porte che mi mostrano il passeggiare di altri ospiti che, come me, si lasciano coccolare dalle dolci e morbide forme di questa architettura effimera.

La percezione dello spazio varia e si trasforma man mano che passeggio e si perde il senso tra interno ed esterno. 

Decido di fermarmi ad osservare le altre persone che sono nel padiglione e il loro modo di fruirne: qualcuno passa distratto da un ambiente all’altro; una signora si sofferma ad osservare la texture ruvida dell’intonaco; altre persone più curiose guardano all’interno dei fori posti sulle pareti; dei bambini, invece, lo trasformano in un grande spazio all’aperto per il gioco, li vedo correre e nascondersi nelle stanze a volte grandi e a volte più piccole ed anguste. La Biennale di Venezia 2016 ci ha esortato a cambiare punti di vista e cercare nuove prospettive. L’intervento degli architetti cileni Pezo & Ellrichshausen mi ha permesso di vedere come l’architettura possa essere fruita in maniere differenti. Un po’ come Maria Reiche ho osservato lo spazio intorno a me da una prospettiva tutta mia.

ANDREA DI CINZIO –

 

©photo/elaboration