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Cristina BIANCHETTI

Qual è il primo ricordo che le viene in mente legato alla Facoltà di Architettura di Pescara?

 

Ho iniziato a lavorare a Pescara nel 1993, chiamata a seguito di un concorso nazionale per professore di II° fascia e ci sono rimasta dieci anni. Il primo ricordo è legato alla città, non alla Facoltà. Una città molto lontana da quel che mi aspettavo essere lo sfondo della mia nuova esperienza di insegnamento. Avevo studiato e lavorato a Milano in un clima di duro conflitto, negli anni Settanta, e poi a Venezia, nel pieno della grande bonaccia postmoderna degli anni Ottanta. A Pescara nessuna traccia di conflitto o di bonaccia. Certo erano passati alcuni anni, ma il rapporto tra università e città sembrava, per usare un eufemismo, assai lasco: ognuno andava per il suo verso. La cosa mi incuriosiva. Corso Umberto, ovvero il «viale delle delizie» pescarese degli anni Venti (C. Bianchetti, Pescara, Laterza, 1997) è stata la prima cosa che ho visto scesa dal treno un mattino, molto presto. Un viale commerciale, anonimo e un po’ volgare. La facoltà mi è parsa subito meglio.

 

Uno dei fenomeni che ha interessato la Facoltà di Architettura di Pescara fin dalle sue origini è stato quello della TENDENZA. Che cos’è la TENDENZA? e cosa ha rappresentato per lei?

 

Ho sentito parlare della Tendenza a Milano, nei miei anni di studio. Per fortuna non nella sua versione dogmatica e radicale. Quando sono arrivata a Pescara, non c’era più nulla, se non qualche libro che ne mostrava il passaggio.

 

Cosa pensa di aver lasciato in questa facoltà?

 

Credo spetti ad altri riconoscere i lasciti. Di una trasmissione di saperi, valori, principi è più importante l’azione di appropriazione che non quella di offerta, come una robusta tradizione nel campo della psicanalisi freudiana e lacaniana ha bene argomentato.  Dal mio punto di vista (cioè da quello di chi lascia) posso dire di aver semplicemente insegnato quel che avevo imparato da alcuni maestri, divenuti nel tempo cari amici: Bernardo Secchi e PierLuigi Crosta innanzitutto (maestri tra loro distanti). Non i soli. Mi reputo fortunata per aver potuto capire cosa è insegnamento e ricerca, in un dialogo fitto e lungo nel tempo con Gigi Mazza, Carlo Olmo, Vittorio Gregotti. Di Manfredo Tafuri ricordo, su questi temi, alcune lucide osservazioni a Venezia, dove ho avuto modo di avvicinarlo per via del mio lavoro nella redazione di Urbanistica. Tutti costoro mi hanno insegnato a non risparmiare energie e a non rimanere intrappolata dalle logiche burocratiche o ipocrite che spesso costruiscono la quotidianità accademica. Se volete, mi hanno insegnato un certo snobismo. Se ho lasciato qualcosa, sono le tracce di un lavoro che cercava di seguire quelle direzioni.

 

Nella sua carriera ha affrontato realtà accademiche diverse. Esistono dei caratteri distintivi riconoscibili nei diversi atenei? Se si quali sono?

 

Certo che ci sono situazioni anche molto differenti tra loro e la differenza diventa spesso alibi per atteggiamenti riduttivi e nostalgici. Come spesso mi capita di dire, i fantasmi delle scuole, dei piccoli gruppi, delle tradizioni più o meno inventate possono consolarci e commuoverci tutti. Ma non è più il loro tempo. Forse lo è stato quando Giuseppe Samonà ha saputo costruire la più importante scuola di architettura del nostro paese. Ora non ci si salva certo invocando comunità, riconoscibilità, filiere. Immaginando caldi e circoscritti legami orizzontali. L’università è, in questi mesi, nel bel mezzo di un movimento violentissimo di assestamento istituzionale a seguito di mutamenti strutturali (generazionali e legislativi). L’altissima conflittualità in atenei forti (i Politecnici di Milano e Torino, ad esempio); la debolezza impensabile di scuole che sono state il centro della formazione architettonica italiana (Venezia e per alcuni aspetti Genova); l’inerzia romana; l’implosione di molte università del centro e del sud Italia sono fenomeni che andrebbero osservati con molta attenzione. Fino a pochissimi anni fa ci si lamentava di un numero eccessivo di Facoltà di Architettura in Italia. Ho il sospetto che ciò che si presenta oggi ai nostri occhi sia uno scenario altrettanto preoccupante, ma per ragioni differenti.

 

Qualora dovesse tornare ad insegnare a Pescara, quali esperienze fatte cercherebbe di introdurre nella realtà del Dipartimento di Architettura?

 

I dieci anni trascorsi a Pescara hanno avuto un profondo significato nel mio percorso di studi, testimoniato da alcuni libri. Oltre che nella mia vita. Questo è quanto ho preso da Pescara. Cosa riporterei? Forse, come ho cercato di fare allora, cercherei di riportare uno sguardo non localistico, non chiuso ad altri saperi, ma centrato sulle nostre competenze disciplinari. Proverei a tornare ad osservare la città europea: una sorta di nuova «gita a Chiasso», per parafrasare Arbasino, in un momento non semplice per il sommarsi, sul territorio, delle implicazioni di crisi ecologiche, demografiche, economiche e istituzionali. Tornare ad occuparsi della città europea implica un lavoro di profondo ripensamento dei modi con quali si stanno riarticolando, nello spazio, norme, diritti e valori. La crisi non solo depotenzia. Cambia gerarchie. Muta significati. Abbiamo bisogno di tornare a formulare buone domande attorno alla città europea. Senza definire a priori cosa essa sia. E cosa sia patrimonio, suolo produttivo, spazio pubblico, welfare. Ma guardando a come questi concetti si cristallizzano in più luoghi, in più momenti, mobilitando attori, risorse, azioni diversi. Come prendono forma entro alcune situazioni specifiche. Assumendo cioè che la loro ridefinizione sia un problema pratico. Se insegnassi a Pescara, probabilmente cercherei di capire, insieme a i miei studenti, come questi concetti si ripresentano. Ma, in fondo, è quel che sto facendo a Torino. Dovrei probabilmente tornare a stare un po’ a Pescara per capire come questi temi possano essere ripensati in rapporto al  territorio medio adriatico.