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Ludovico MICARA

Qual è il primo ricordo che le viene in mente legato alla Facoltà di Architettura di Pescara?

 

Sono stato chiamato in facoltà nel 92-93 dopo aver vinto il concorso nazionale per prof. Associato. Venivo da Roma “la Sapienza” dopo lunghi anni di tirocinio docente con Ludovico Quaroni e Carlo Aymonino. Ricordo Pescara come una facoltà molto viva, dove si invitavano architetti internazionali importanti e si incontravano gli studenti anche di sera, in feste organizzate da loro, con i cibi cucinati dalle famiglie lontane o le primizie riportate dopo i ritorni a casa. La maggior parte degli studenti veniva da fuori; molti dalle Puglie e dalle Marche. I corsi erano affollati, non c’era ancora il numero chiuso; ma nell’affollamento la voglia di far bene e di emergere era più forte.

Comparativamente ricordo, tra i tanti, molti più studenti di alto livello rispetto ad oggi.

E’ la concorrenza bellezza!

 

Uno dei fenomeni che ha interessato la Facoltà di Architettura di Pescara fin dalle sue origini è stato quello della TENDENZA. Che cos’è la TENDENZA? e cosa ha rappresentato per lei?

 

Quando sono arrivato a Pescara la tendenza, ormai divenuta routine, superata dai suoi miglior esponenti e rappresentata da personaggi minori, era già stata allontanata dalla Facoltà da un Preside che tendiamo a sottovalutare ma che ha inciso molto profondamente sull’attuale assetto docente; e secondo me in senso positivo.

Non ho quindi partecipato a quella stagione. L’ho vissuta invece in Roma leggendo Aldo Rossi, un po’ meno Grassi e apprezzando alcuni momenti della loro ricerca di cui tuttavia non seguivo, a parte alcune eccezioni, le conclusioni progettuali.

Parlare oggi di tendenza fa parte del revival con tutto l’interesse per i revival, per come sono nati, per le loro ragioni.

Ma si tratta di revival!

 

Cosa pensa di aver lasciato in questa facoltà?

 

Sono molto fiero dei corsi che ho fatto, degli studenti che ho conosciuto, delle lauree, tante, che ho seguito.

Ma sono fiero soprattutto dell’edificio dei nuovi laboratori che ho progettato e realizzato per Pescara. E’ cambiato il modo di lavorare in Facoltà. Credo che sia un miglioramento importante.

Contribuire al miglioramento dell’ambiente in cui si vive, si lavora, si studia è il massimo che un docente si possa augurare nella sua carriera.

E’ un ringraziamento per quanto ho ricevuto anch’io insegnando a Pescara.

Sono stato sempre molto autonomo nelle mie scelte culturali e di ricerca. Tra queste sono felice di aver portato in primo piano il tema del Mediterraneo e della città arabo-islamica, con ricerche finanziate a livello nazionale, tesi di dottorato, tesi di laurea, convenzioni con paesi mediterranei. A tutt’oggi questa ricerca costituisce uno dei temi portanti dell’ex-Facoltà-Dipartimento, uno dei suoi momenti di riconoscimento e di individuazione.

 

Nella sua carriera ha affrontato realtà accademiche diverse. Esistono dei caratteri distintivi riconoscibili nei diversi atenei? Se si quali sono?

 

Credo che ogni Ateneo abbia una sua storia particolare, una sua identità diversa dagli altri. Questo dipende da tanti fattori: dall’ambiente culturale, sociale, economico in cui si opera, dalla qualità dei docenti che insegnano e fanno ricerca, dall’organizzazione della didattica e delle strutture organizzative.

Spesso si parla di Scuole, non nel senso della legge Gelmini, ma in un senso più profondo: quando le diverse componenti che operano in ambiente universitario raggiungono un’integrazione e un accordo sul sistema formativo messo a punto, che lo fa distinguere dagli altri. Si è parlato per anni della Scuola di Venezia … Ma non è facile realizzare questo obbiettivo, soprattutto in un momento come questo, in cui le spinte centrifughe sono molto più forti di quelle unificanti.

 

Qualora dovesse tornare ad insegnare a Pescara, quali esperienze fatte cercherebbe di introdurre nella realtà del Dipartimento di Architettura?

 

Sono tante le cose che dopo un lungo periodo di insegnamento si vorrebbe cambiare e introdurre nel Dipartimento di Architettura. Alcune già si stanno facendo, anche se con molta fatica.

Se ne potrebbe parlare a lungo. Ma a me in questo momento interessa molto la dimensione progettuale della formazione. Credo che non si lavori sufficientemente sulla consapevolezza che lo studente dovrebbe avere nel fare un progetto. Consapevolezza nelle premesse analitiche, nello sviluppo dell’idea attraverso tecniche precise e strumenti linguistici appropriati, orientati alla produzione di significato.

E’ questo un tema che ha bisogno anche di premesse teoriche che a tutt’oggi non riusciamo a coprire.

Vedremo…. inshallah