Il Pa(e)saggio di Scala

 

by DOMENICO ARDITO

 

In una celebre citazione Lucien Kroll riconosceva l'architettura e l'urbanistica come due professioni dignitose, ma poco olistiche. La storia della città e del territorio può essere raccontata in modi diversi: come risultato delle sue architetture, cominciando dalle prime forme insediative, consapevoli e non dei modi di occupazione e d’uso del territorio; o come somma dei fattori culturali, politici, sociali o economici.

Parlando quindi di temi urgenti non soltanto all’architettura, ma in cui questa svolge un ruolo assai importante, è necessario soffermarsi su un punto: il passaggio di scala. Per fare questo è inevitabile cominciare dall’elemento mediatore - o presunto tale - di realtà spesso distanti fra loro, la città. Come ha scritto Bernardo Secchi <da sempre e in modi diversi la città, luogo magico, sede privilegiata di innovazione tecnica e scientifica, culturale e istituzionale, è stata anche potente macchina di distinzione e separazione [...] di individui e di gruppi dotati di identità e statuti differenti, di ricchi e di poveri.> Per questo, seguendo un’analisi all’inverso rispetto all’architetto milanese, non ci soffermiamo sugli aspetti massimi comuni di parti del globo più intensamente sviluppate, piuttosto ci rivolgiamo alle immagini in cui riversano le condizioni estreme delle favelas sudamericane, degli slums asiatici o delle bidonvilles africane, una faccia della medaglia non più nascosta e quanto mai urgente.

 

La città di Mumbai, per citarne una, è un caso emblematico dove il rapporto tra l’insediamento informale e la città passa attraverso una ‘linea di confine’, uno spazio apparentemente permeabile ma che segna una cesura sociale oltre che fisica. Interessante è rilevare come i tipi edilizi prevalenti, in origine baracche costituite da materiali di fortuna recuperati a discapito di altri manufatti o attraverso la raccolta dei rifiuti, giungano ad oggi con una stratificazione ben più complessa che vede costruzioni in laterizio e cemento armato, a volte ben mantenute.

Questi insediamenti informali, secondo alcune ricerche, sono occupati in media lungo un arco di tempo di 17 anni, quanto una generazione, e ci dimostrano quanto latente sia il concetto di temporaneità nell’architettura della città d’oggi. Dall’altro lato invece i grandi centri di edilizia pubblica che potrebbero essere ricordati a Milano, così come a Madrid o a Berlino, a Roma o a Mosca, rivelano una topografia sociale assai contrastata, progettata geometricamente e senza alcuna relazione al resto. La questione urbana si rivela sempre più come esplosione di nuovi sistemi di intolleranza. Capita sovente che l'architettura partorisca oggetti poggiati a distanza senza alcun interesse al contesto, incapaci di tenere insieme le scale e la particolare complessità dei sistemi di cui è composta l’architettura. Il paesaggio è qualcosa di effimero, estremamente difficile da progettare, e che include tematiche ancor più complesse come il confine, i bordi di parti di città, la transcalarità del progetto, la campagna, i borghi.

 

La distinzione e l'esclusione sono gli aspetti da mediare nella costruzione della città moderna. Il paesaggio non è soltanto lo scenario poetico al di fuori del finestrino di un treno in corsa, ma l'esito degli usi di un territorio, dei continui meccanismi che avanzano. Se si è persa la poetica del paesaggio, non sarà perché prima si è persa la qualità dell'architettura?