Oggetti smarriti

 

by ILDE MANUELA PAOLUCCI

 

Il termine objet trouvé, “oggetto trovato” in italiano, indica un oggetto di uso comune che un artista estrapola dal suo contesto, riconoscendone una certa valenza estetica, per poi esporlo come opera d’arte. Si tratta di una pratica molto simile al readymade, iniziata con il movimento Dadaista e poi divenuta di uso comune tra i Surrealisti. Secondo George Heard Hamilton, in Painting and Sculpture in Europe: 1880-1940 del 1967, pare che per gli artisti dell’epoca un objet trouvé potesse “aprire nuove finestre sui mari della psiche”.
Ma cos’è considerabile arte? Cos’è bello e degno, quindi, di essere mostrato?
Negli anni ’80 il fotografo, sceneggiatore e regista tedesco Miron Zownir si trasferì a New York. Davanti ai suoi occhi si presentò l’immagine di una città in balia del caos: la povertà dilagante; la prostituzione e i cinema erotici ad ogni angolo; l’avvento dell’AIDS e gli onnipresenti moti di protesta intersezionali successivi a Stonewall e, più in generale, agli anni ‘60. È facile dedurre come, tra decadenza e continue manifestazioni per l’affermazione dei diritti civili, il divario tra i “benpensanti” e i dimenticati fosse sempre più marcato. Ma fu proprio il “neo della società” ad attrarre Zownir che, affascinato e incuriosito, iniziò a fotografare gli invisibili, coloro che gli americani si rifiutavano di vedere. Considerato il “poeta della fotografia radicale”, egli impresse su pellicola i suoi objets trouvés, elevandoli ad arte e donando loro una nuova dignità, mostrandone il fascino al pubblico.
È quindi possibile fornire una definizione universale e chiara di “bellezza”, quando anche il canonicamente brutto può essere esteticamente apprezzabile?
Io credo di no, ma credo che non sia un problema. Penso sia necessario, invece, cambiare il proprio sguardo sul mondo, la percezione dei difetti, immedesimandosi nell’occhio dell’artista quel poco che basta per trovare un nostro objet trouvé.

NYC, 1982

©Miron Zownir