BRIDGES

Cinque delegazioni, italiana, giordana, libanese, egiziana e greca, otto giorni di workshop e conferenze, in Grecia, culla dell’architettura. Due aree, il vecchio ponte autostradale sul Canale di Corinto e l’antica sorgente di Loutrà Oreas Elenis, decine di addetti ai lavori tra professori, tutor e artisti provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo. Questo il programma della quinta edizione dell’International Festival of Architecture, il cui primo membro fedele è il Corso Integrato di Progettazione Urbana del nostro Dipartimento. Quest’anno era il nostro turno. Ci incontriamo alle prime ore del giorno, pronti per il viaggio. Tre ore di autobus, due di attesa all’aeroporto, un occhio chiuso e uno aperto, poi il volo. Dicono che poter osservare le città dall’alto sia un dono riservato ad uccelli e architetti. Beh si! credo che sia una grande fortuna! Uno spettacolo incredibile che attacca al finestrino anche il più assonnato dei passeggeri. Atterriamo e subito abbiamo il primo impatto con la lingua: “Ha detto a destra!” “No, io ho capito a sinistra!” (era solo l’inizio di una serie di simpatiche vignette del genere). Due ore di treno da Atene a Corinto, un solo pensiero: la Grecia è bellissima! Il suo paesaggio, così naturale e incontaminato, la vividità e l’intensità dei suoi colori, la natura, il mare e il cielo hanno un verde davvero verde, il blu davvero blu e il bianco così puro e delicato. Appena arrivati, il direttore dell’hotel ci indica un “localino" sulla strada principale dove poter pranzare (che poi diventerà la nostra base!) e subito dopo ci incamminiamo verso una grande piazza sul mare. Questa piazza rispecchia perfettamente lo spazio collettivo come siamo soliti immaginarlo ma allo stesso tempo ha suscitato in me quel senso di intimità, lo stesso senso che ti permette di stare in mezzo ad altre persone esprimendo liberamente i tuoi pensieri. Sole, caldo, le alte montagne sul quel mare azzurro: tutta la stanchezza del viaggio svanisce in pochi minuti e il buon umore si diffonde sui nostri volti. Con aria incuriosita e anche un po’ timida, ci presentiamo alle altre delegazioni (tipica situazione in cui dopo dieci minuti non ricordi neanche un nome!) e iniziamo ad allestire la mostra d’apertura. Siamo ancora completi sconosciuti, eppure, non appena tiriamo fuori i plastici da completare, tutti i ragazzi degli altri paesi si infilano tra di noi per aiutarci. In un attimo è come avere i tuoi soliti compagni di gruppo affianco, pronti a chiederti cosa possono fare e a farti notare piccole sbavature. Bellissimo! 

A mostra conclusa ci siamo detti: “Ci vediamo alle quattro con i pc!” per l’inizio del workshop. Mi ero già fatta un’idea su questa settimana, anche grazie ad i racconti dei miei amici, che mi avevano detto: “Ti divertirai tantissimo, è un po’ come andare in vacanza” e dentro di me pensavo “Si ok, ma siamo li per lavorare, come può essere così?”. Poi ho capito. Ho capito che dimentichi tutto: le consegne lampo, le revisioni smonta - progetto, i computer che si bloccano, il tempo che stringe, le continue nottate concluse nella hall dell’hotel, lo stesso hotel teatro dei numerosi scarti rubati tra un “canestro” (per il sonno) e l’altro. Di tutto questo non ricordi nulla, perché viene ampiamente sostituito da un bagaglio di sensazioni ed esperienze incredibili che ti arricchiscono tantissimo e che ognuno di noi porta via con se. Ultima mattina, ora di fare le valigie. Non mi è mai capitato di sentirmi così. Solitamente negli ultimi giorni di tutti i miei viaggi, anche dei più belli in assoluto, sono sempre contenta di tornare a casa. Stavolta no. Qui ho preso il mio ritmo. Sono entrata in piena sintonia con questo stile di vita e una settimana è sembrata quasi un mese, come se avessi trasferito le mie abitudini quotidiane qui, riadattandomi. Così, inizio a malincuore a riporre i vestiti, e tra un regalo e l’altro riporto con me i primi giorni di workshop, impacciati e divertenti, la visita a quel Canale mozzafiato (che conoscevo a memoria dopo tutte le passeggiate fatte con Street View!),  la musica greca che ci accompagnava ovunque, gli occhi incuriositi delle persone del posto, i bambini che ballavano il sirtaki tutti insieme, mano nella mano, per una recita scolastica. L’insalata greca con i suoi tre chili di cipolla che puntualmente facevamo togliere! Il sole, il mare limpidissimo (visto praticamente con il binocolo!). L’inglese, che dopo qualche giorno sembrava iniettato nelle nostre vene, così tanto che a tratti dimenticavamo i termini in italiano e che ormai usavamo anche tra di noi. Porto con me il flashmob sul ponte, dall’atmosfera frizzantina, quasi alla Woodstock: catene umane, scritte con i corpi, balli, canzoni, cori in tutte le lingue, e i sorrisi stampati sulle facce di tutti, adulti e studenti. La sensazione di fare qualcosa di non convenzionale, una di quelle che da grandi si racconta ai nipoti. La serata in quel bellissimo beach club, dove avvertivo davvero il mescolarsi delle nostre tradizioni. Ognuno di noi poteva fare il dj e abbiamo iniziato a mettere la musica che solitamente balliamo nei nostri paesi di origine, così Italiani e Lituani danzavano il sirtaki, Greci e Giordani saltavano a ritmo di macarena e Egiziani che in mezzo a tutti ancheggiavano sulle musiche arabe da danza del ventre accompagnati dal nostro affezionato “drum”. Ecco, questo è ciò che ricorderò di più: uno scambio continuo di culture, idee, abitudini, parole, modi di dire, vissuti, desideri, sorrisi.  Il ponte, costruito con le nostre braccia, le nostre menti e i nostri cuori, con la nascita di nuove amicizie intercontinentali che non sembrano volersi spezzare. La sera prima di partire siamo andati a festeggiare in un locale e arrivata l’ora di dover andare via guardo gli altri, immediatamente ci capiamo: “I don’t like goodbyes!” dicevano. Con gli occhi pieni di emozione, stima reciproca e un velo di malinconia, iniziamo a salutarci. “Ok ragazzi ascoltate” dice una voce dal coro, “Ci vediamo domani mattina al teatro alle nove ok? Non fate tardi altrimenti non vengo a lavorare! Mi raccomando non fate tardi!”. Sdrammatizzando e facendo un po’ di foto per bloccare quel momento, dopo quaranta minuti arriviamo all’addio finale. Eppure è solo un arrivederci.

 

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Chiara Di Sabatino 

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Vista dal fiume del ponte della vecchia autostrada di Corinto ©Chiara Di Sabatino

Flash mob IFAS 2016 sul ponte della vecchia autostrada  ©Chiara Di Sabatino

Flash mob IFAS 2016 sul ponte della vecchia autostrada  ©Chiara Di Sabatino

Flash mob IFAS 2016 sul ponte della vecchia autostrada  ©Chiara Di Sabatino

Flash mob IFAS 2016 sul ponte della vecchia autostrada ©Chiara Di Sabatino

Flash mob IFAS 2016 sul ponte della vecchia autostrada ©Chiara Di Sabatino

Flash mob IFAS 2016 sul ponte della vecchia autostrada  ©Chiara Di Sabatino

Flash mob IFAS 2016 sul ponte della vecchia autostrada  ©Chiara Di Sabatino